La prima volta che ho visto lo spot dell’acqua Rocchetta – quello nuovo, senza Del Piero – è stato durante una puntata di Anno Zero. Emma Bonino aveva appena finito di sottolineare come la questione delle veline potenziali candidate alle europee stesse dentro una degenerazione del linguaggio e del pensiero nei confronti delle donne e del loro ruolo. Altri avevano parlato del degrado dei modelli politici e culturali, di come il criterio della bellezza estetica stia attaccando gli ultimi baluardi della visibilità pubblica a scapito di requisiti più sensati e meritori. Poi Santoro ha chiamato la pubblicità.
Nello spot di Rocchetta, l’avrete visto, un petulante coro di ragazze in sottoveste e pronte per il Billionaire accoglie con apprezzamenti e lodi uno schianto di bionda alta e magra, e poi prende di fatto a pernacchie una povera ragazza con l’aria decisamente più simpatica ma bassina e un po’ chiatta: che chissà come dovrebbe diventare alta e bionda bevendo dell’acqua. Le battute sono poverissime e fanno riflettere sullo stato della comunicazione pubblicitaria, in termini semplicemente qualitativi. Poi ci sarebbe la questione della deprecabile sgradevolezza del messaggio, ma questi sono discorsi vecchi, noiosi e fuori moda, no?
Un commento su “La creatività nel medioevo”
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