La coolness uncool del karaoke

Una delle scene più divertenti del nuovo film di Ben Stiller che si intitola “I sogni segreti di Walter Mitty” (remake di un vecchio film con Danny Kaye tratto da un famoso racconto americano) si svolge in un malinconico e desolato pub groenlandese dove il protagonista viene abbordato da un goffo ed enorme pilota di elicottero completamente sbronzo che vuole costringerlo a condividere con lui un’esecuzione al karaoke di “Don’t you want me” degli Human League. L’effetto è reso affascinante un po’ dalla contraddizione tra l’ebbrezza rauca dell’esecuzione e il ricordo della versione sintetica e squillante originale, e un po’ dal fatto che il karaoke si inserisce perfettamente nel quadro generale di tristezza, solitudine ed isolamento di quell’ambiente. Il karaoke ha sempre avuto questo destino che gli ha dato un’immagine in bilico tra il popolare, lo sfigato, il coreano e il deprimente. Questa somma di tratti così anti-glamour hanno permesso sue occasionali rivalutazioni snob per divertimento, ma alla fine è sempre una cosa di stonati che cantano male, quasi sempre. Nel cinema funziona, se si spinge la contraddizione: la scena di Cameron Diaz in Il matrimonio del mio migliore amico era un disastro, Joseph Gordon Levitt in 500 giorni insieme così e così, Bill Murray in Lost in translation fantastico.