Intanto: nessun libro viene scritto “da un’intelligenza artificiale”. Il caso dello scrittore canadese riferito da tutti i media in questi giorni è pieno di pezzi che mancano e cose che non si capiscono. Ma di sicuro lui non si è svegliato una mattina, è andato alla sua scrivania, ha aperto il computer e si è trovato un romanzo che era stato scritto nella notte da un software a sua insaputa.
Qualunque “uso” abbia eventualmente fatto di software cosiddetti “di intelligenza artificiale” sarà stato conseguente e strumentale a un’idea e a un’indicazione articolata dell’autore del libro, o a diverse idee e indicazioni articolate. E, considerati gli apprezzamenti, gli entusiasmi e i premi ricevuti, il libro – non l’ho letto – non è sicuramente un prodotto nato da un semplice prompt «mi scrivi un romanzo sull’esperienza di un immigrato e sul tema dell’immigrazione?».
Qualunque uso l’autore abbia eventualmente fatto di un software (io sto usando un software, per scrivere questo post), quell’uso sarà eventualmente definito dalla più accurata formulazione “l’autore ha scritto un libro servendosi tra le altre cose di un software di intelligenza artificiale”. Cioè quello che la gran parte di noi fa ogni giorno per svolgere impegni, progetti, eccetera (io lo faccio ancora poco: ma per mio imbarazzato e rammaricato ritardo nella comprensione e adozione di tutte le opportunità).
Certo, che non voglio sostenere che i software siano tutti uguali, e che non voglio ignorare le implicazioni dell’uso di strumenti di maggior potenza e capacità: non sto dicendo che usare, che so, Claude sia come usare una biro, rispetto a quando non c’erano le biro. Ma sarete d’accordo che qualunque strumento che abbiamo introdotto nella produzione dei libri, dalla stampa di Gutenberg alla biro a Word a Google, ha migliorato la qualità del prodotto, o no? Sarete d’accordo che ha limitato l’impegno e le necessità dell’autore? Sarete d’accordo che i correttori automatici che diminuiscono i refusi sono dei software che ci aiutano a fare meglio un lavoro di scrittura? E sarete anche d’accordo che editor, correttori, altri umani che da secoli migliorano, sistemano, riscrivono, ribaltano libri, attenuano già la paternità totale dell’opera da parte dell’autore?
Quello che sto dicendo, quindi, è che sembra non esistere l’alternativa tra “VERGOGNA, ha usato un software di AI!” e “che nobile romanziere!”. Invece gli usi degli strumenti digitali possono essere tantissimi e avere pesi diversissimi rispetto al prodotto finale: e le uniche due cose che dobbiamo considerare disdicevoli sono eventualmente 1) l’insincerità dell’autore rispetto alla fondatezza di quello che racconta e ai modi con cui lo ha prodotto, 2) il plagio di lavoro altrui senza dargliene riconoscimento.
Fermatevi a riflettere su questa contraddizione, centralissima in tutti i dibattiti sulle “AI”: tantissimi usano quei software, e sono persino fieri di saperli usare, e apprezzano il contributo che quei software danno a migliorare e a semplificare i loro progetti e le loro necessità. Ma al tempo stesso giudichiamo con diffidenza e severità i prodotti e i servizi che ne fanno uso: “fatto con l’intelligenza artificiale” è sinonimo di scadente qualità per la gran parte delle persone, ma le stesse persone fanno molte cose “con l’intelligenza artificiale”, trovando i risultati di buona qualità. Credo sia una delle tante implicazioni del secolo della sfiducia e della diffidenza, e dell’insicurezza, ma questa è un’altra storia.
Invece un’altra cosa che sto dicendo è questa. Il libro da cui è rinata la discussione in questi giorni aveva avuto immediati interessi da parte degli editori, grandi apprezzamenti critici, celebrazioni sui media, premi importanti. Coi limiti soggettivi di ogni giudizio, è stato considerato un gran bel libro – con termini anche più enfatici – da tante persone, e da tante persone esperte e competenti.
A questo punto i casi sono due: o decidiamo che questo sia merito della sapienza e del talento dell’autore, e che eventuali strumenti siano stati usati in modo efficace per concretizzare o raffinare questo talento (può essere diversamente? Non andiamo dicendo da anni ormai che “nessuna intelligenza artificiale saprà raggiungere la qualità del talento umano, soprattutto nelle arti e nelle creatività”?).
Oppure concludiamo che un gran bel libro – premiato, celebrato, ritenuto prezioso e illuminante, apprezzato dalle persone che lo hanno letto – è stato prodotto da un software a seguito di insignificanti istruzioni umane di poco valore: e allora dobbiamo forse ribaltare tutte le cose che ci siamo detti fino a oggi, e convenire che i software di intelligenza artificiale daranno all’umanità prodotti preziosi di grande letteratura (persino migliori della maggior parte di quello che viene pubblicato).
La ragione per cui invece abbiamo scatenato questo proibizionismo fanatico, capace solo dell’alternativa schematica che ho descritto, è che siamo spaventati dalla difficoltà di poter giudicare le sfumature e di stabilire dei confini: come col doping, ci piacerebbe introdurre per convenzione una misura definita di cosa è bene e cosa è male, ma in questo caso è impossibile. E quindi, proibizionismo, bambini buttati con l’acqua sporca, e dibattiti superficiali (“VERGOGNA!”).