I sogni dei passeri iracheni

Per ora, se volete vedere “The dreams of sparrow”, dovete ordinarlo su Amazon in DVD. Nessun cinema italiano lo ha proiettato, nessun canale televisivo risulta averlo comprato. In America, invece, sta facendo il giro delle rassegne da una costa all’altra, e il suo regista Hayder Daffar è stato intervistato sulle tv nazionali. Il documentario è molto bello: l’idea di Daffar, cineasta di poveri mezzi a Baghdad, è di far sentire al mondo (e agli americani in particolare) cosa pensano davvero le persone irachene di quel che sta succedendo al loro paese. È molto bello perché mostra le facce, i posti, le paure, mostra quello di cui parliamo ogni giorno da tre anni senza mai averlo visto. Ed è molto bello perché dice una cosa ovvia e definitiva a chi litiga con opposte sicurezze sul tema si-sta-peggio-ora-o-con-Saddam. Una cosa che a un certo punto è esplicita nelle parole di una regista intervistata: “non c’è meglio e non c’è peggio: Saddam era cattivo e l’occupazione è cattiva”. Tutti gli altri iracheni dicono le cose più diverse e lontane tra loro, e mettono lo spettatore di fronte alla sua stessa superficialità quando pretende di parlare del “popolo iracheno” come una cosa sola. L’unica cosa vera è che “qui è l’inferno”. E che Sa’ad, uno di quelli che pensava che adesso le cose sarebbero andate meglio e che benediceva l’intervento americano, è finito crivellato da 122 pallottole americane, per errore e paura. Il film è dedicato a lui.

Vanity Fair, Amazon

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