Non ho letto oltre i titoli della storia dell’extracomunitario che ha investito delle persone e poi fa degli spot pubblicitari: mi era sgradevole la storia, e mi pareva sopra le righe la reazione. Non credo che a un condannato debba essere precluso di lavorare senza nuocere a nessuno, per quanto grave il reato che ha commesso, odioso l’effetto umano, eccetera. Sono cose su cui si educa, ma non si chiama la polizia, o i giudici. Ma ripeto, non ne ho letto abbastanza, e mi pareva ci fosse più morbosità giornalistica – il termine “spot” aveva un suo ruolo – che reale riflessione sulla spiacevolezza della questione. “Vicenda deprecabile, ma non illegittima”, ha detto giustamente la procura di Ascoli.
Oggi vedo che un caso assai diverso muove analoghe eccitazioni, e fa perdere la trebisonda a persone anche equilibrate. L’uomo che ha ucciso suo figlio perché era omosessuale non merita certo tolleranza. Ma pretendere che sia uno scandalo la sua scarcerazione in attesa di giudizio, assumendo che i giudici non avessero buoni motivi per non ritenerlo pericoloso ad altri, è una sciocchezza forcaiola. Non meno forcaiola perché arriva da persone di sinistra o che in buona fede sono scandalizzate del trattamento riservato a molti omosessuali nelle nostre società. In carcere ci si va perché condannati (e anche così, ci si va fin troppo): prima di una condanna, ci si va per le famose tre ragioni. Se qualcuno ritiene che sia probabile che l’imputato ripeta il reato, fugga, o inquini le prove, lo dica. Altrimenti, l’imputato non sta in galera prima di un regolare processo
Cronaca Qui
aggiornamento: ho parlato con Franco Grillini. Dice – cosa che non è raccontata nell’articolo del Corriere della Sera – che l’uomo avrebbe minacciato di uccidere altre persone, tra cui “i medici che hanno avuto in cura” suo figlio. Questo è un elemento eventualmente rilevante: non altri
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