Alla ricerca del tempo perduto

Sto guidando in autostrada. Sto soltanto guidando la macchina in autostrada. Nient’altro. E visto che guidare in autostrada richiede una riserva di attenzione elevata e costante ma quasi sempre inattiva, avrei tempo e testa a disposizione per fare altro. Ma non posso: perché sto guidando in autostrada, che è forse l’ultima attività che mi è rimasta in cui ho il cervello sgombro ma le mani occupate. Salvo telefonare con l’auricolare, che pure dicono sia pericoloso lo stesso, non ho niente da fare. E penso.
La guida dell’automobile è l’ultimo spazio che mi è rimasto per rilassarmi e pensare liberamente per un tempo che superi i due minuti. Quando arriverò a casa cenerò con mia moglie e i bambini, ci racconteremo cosa abbiamo fatto oggi, staremo assieme. Poi, quando tutti dormiranno, riaccenderò il computer – mai spento, in realtà: era solo in stop – controllerò la posta, leggerò le notizie e sfoglierò un po’ di siti e blog che non controllo da qualche ora; scriverò un paio di cose nel mio, di blog. Mi costringerò a un certo punto ad alzarmi, leggerò alcune pagine di un libro dalla minacciosa pila di quelli “da leggere”, e andrò a letto, dove schianterò addormentato subito. Qualche volta mi capita di non addormentarmi per dieci-quindici minuti. Allora mi alzo, torno davanti al computer, leggo e scrivo qualcos’altro, e poi torno a dormire.
Non ho più “un tempo”, ormai da qualche anno: molti di noi non lo hanno più. Ne ho parlato in giro. Abbiamo mille tempi frammentati e accavallati. Non siamo più in grado di destinare a una singola occupazione più di dieci-venti minuti consecutivi: scriviamo, leggiamo la posta, telefoniamo, diamo un’occhiata alle notizie, sfogliamo qualche pagina di giornale alla volta, leggendo solo i titoli. Cominciamo a leggere un libro e lo lasciamo dopo tredici pagine: lo riprenderemo fra tre giorni e tra un mese saremo a metà, ci sembrerà vecchio e lo archivieremo nello scaffale, per poterne cominciare altri sei.
Per questo la guida in autostrada è una condizione straordinaria e straniante, ma anche piacevolissima. Si pensa. Si sta lì, senza niente da fare e col pilota automatico di se stessi, e si pensa. Vengono anche delle belle idee, in queste condizioni: progetti, propositi, improvvise visioni sovversive, revisioni di pensieri dati per scontati. E allora vorresti appuntarteli, scriverteli, prima che scappino, si scavalchino, volino via dalla scadente capacità della memoria di trattenerli: non sei più abituato a tenere in mente le cose, a ricordartele. Hai tutto sul computer, sul telefonino, su certi foglietti. Da ragazzo sapevi tutti i numeri di telefono a memoria, poi le rubriche e le memorie dei cellulari lo hanno reso superfluo, e così se n’è andato uno dei migliori allenamenti mnemonici di sempre. Adesso ti ricordi il numero a cinque cifre che aveva tua nonna quando eri bambino (quarantuno-ventisette-sei) e la targa della vecchia macchina di tua mamma (PI222488), ma non il suo numero di cellulare: ce l’hai in memoria.

Ed ecco che già andando dietro a questi pensieri ti sei dimenticato: cosa volevi appuntarti? Era un’ottima idea, bisognava telefonare a qualcuno, ma a chi? Va’ a sapere. Qualche volta provavi acrobaticamente a segnarti le cose nel telefonino, mentre guidi, ma hai promesso a tua moglie che non lo farai mai più dopo che ti ha beccato, una volta. All’inizio usavi il registratore audio del telefonino stesso, andando su “appunti vocali”, ma poi ti dimenticavi di averli presi, quegli appunti vocali. Saranno ancora lì, nei vecchi telefonini regalati ai nipoti? Forse non è il tempo, forse è la vecchiaia, ti dici: quanto si può cominciare a rimbambire a quarant’anni?
Ma a nessuno capita più di chiedere l’ora, avete notato? Una volta per strada qualcuno ti si avvicinava con garbo e domandava “scusi, sa mica che ore sono?”. Adesso lo sappiamo tutti continuamente, che ore sono. Da quanto tempo non vivete quella sensazione di straniamento per cui pensavate fossero ancora le quattro e invece sono già le sei? Abbiamo sempre meno orologi, ma sempre più indicazioni dei secondi che passano. Sui computer, nelle insegne stradali, in televisione: ma soprattutto nei telefonini. Bisognerebbe fare un’indagine sulla funzione accessoria più sfruttata nei telefonini: per i ragazzini forse sarebbero i videogiochi, per i loro coetanei più grandi l’ascolto della musica, per tutti quanti gli SMS, e per gli adulti la banale consultazione dell’ora. Oggi sappiamo sempre che ore sono. E con precisione maniacale, persino con i secondi. Una volta erano le dieci e un quarto, adesso sono le dieci e tredici. Il tempo non vola più, in un certo senso.

E di conseguenza sappiamo quanto tempo abbiamo, quanto manca a, e riusciamo a sfruttare ogni rimasuglio di minuti, ogni manciata di secondi per qualcosa che ci pare proficuo. Cosa fate voi dopo aver acceso il computer? Non mi direte mica che state lì seduti a guardarlo accendersi, vero? Secondi interminabili che se ne vanno buttati via: durante i quali si può invece metter su il caffè, rispondere a un SMS, fare una telefonata, tagliarsi le unghie. Usciamo dalla doccia in accappatoio e prima di andare a vestirci passiamo davanti al computer e lo accendiamo, intanto. Se non lo abbiamo lasciato acceso, come sempre. Il mio vicino la mattina esce sul pianerottolo, chiama l’ascensore, torna in casa, si mette il cappotto e saluta i bambini. Esce in tempo per entrare nell’ascensore.

Walter Kirn ha scritto un articolo sull’Atlantic Monthly, lo scorso autunno, profetizzando l’apocalisse da multitasking: il multitasking è l’attualissima inclinazione a svolgere più attività contemporaneamente. Kirn iniziava il suo pezzo raccontando di quando la sua macchina finì fuori strada mentre lui alla guida cercava di guardare sul telefonino un MMS appena ricevuto dalla sua fidanzata. Quello a cui andiamo incontro lo chiamava il “multitasking crash” o la “recessione da carenza di attenzione”. Le promesse di libertà degli slogan pubblicitari creati per venderci computer, telefonini e software si sono rivelate offerte di schiavitù. Non abbiamo più-tempo-libero, ora che i computer possono fare di tutto: ne abbiamo meno. Proprio perché i computer possono fare di tutto. E se è vero che il multitasking ci permette davvero di fare più cose insieme e averne fatte di più alla fine della giornata, per contro quello che ci resta addosso è molto diminuito. Per semplificarla molto, oggi riesco a scrivere un articolo, leggere un libro e guardare un film in metà del tempo, e nel frattempo rispondo alla posta, riparo un rubinetto e preparo le lasagne. Ma la settimana prossima non mi ricorderò niente del libro, quasi niente del film, dovrò rileggere il testo della ricetta daccapo per rifare le lasagne e se il rubinetto dell’acqua calda perde non saprò ricostruire se è quello che ho riparato o l’altro. E se mi invitano in tv a parlare del mio articolo, dovrò rileggerlo per prepararmi (ma questa cosa l’avevo già scritta, all’inizio di questo pezzo?).

Quello che scrive Kirn mi convince, ma ormai è troppo tardi. Se mi trovo a lavorare con una connessione a internet non velocissima, nel tempo che si carica una pagina web mi sposto sul software di posta per leggere un messaggio. Sono anni ormai che non guardo un film in tv per intero: due ore seduti fermi sul divano senza fare altro? Voi ci riuscite, davvero?
La velocità bisognerebbe amarla, come la amarono i futuristi. Zang tumb tumb. Bisognerebbe esserne eccitati e stimolati. Bisogna avere il fisico e l’indole, per la velocità. Facciamo mille cose con una capacità formidabile di accavallarle e di tenere aperte decine di finestre sul computer, una capacità di cui andar fieri almeno fino al giorno in cui ci chiamerà la maestra dall’asilo per avvisarci che la scuola sta chiudendo e il bambino non può portarselo a casa lei (e succederà inevitabilmente, a un certo punto: se non vi è già successo). Siamo dei supereroi veri, col superpotere della velocità. Ma come i mostri di certi altri film, vorremmo tornare normali, invece.
Adoriamo i rari blackout, ci congratuliamo divertiti con noi stessi quando dimentichiamo il telefonino per un pomeriggio, godiamo infantilmente dell’insuperabile distanza da una rete wireless, nei pochi luoghi dove capita ancora. Ce lo diciamo divertiti a vicenda – “ah, che liberazione, non sai che meraviglia: ho avuto il telefono scarico tutta la mattina!” – con un’enfasi che non fa che rivelare la nostra incapacità di sfuggire a tutto questo di spontanea volontà. Non siamo amanti della velocità, siamo travolti dalla velocità come si viene travolti dalla corrente, tra l’eccitato e l’impotente.

Tutto questo cambia anche la relazione con la velocità tradizionale, quella legata al movimento fisico delle persone e delle cose. Oggi la velocità esaltata dalle nuove tecniologie e praticata dai loro adepti è una velocità del pensiero, una velocità di connessione e di download, una velocità di comunicazione e di esecuzione di progetti (e quando si arriva invece alla concretezza, a spostare le cose, si arriva ai colli di bottiglia: potete leggere la recensione di un nuovo romanzo americano su una rivista online e ordinare lo stesso romanzo su Amazon nel giro di pochi minuti, ma poi ci vorranno giorni perché i sistemi postali e doganali ve lo recapitino a casa). Chissà come la prenderebbero i futuristi, questa velocità: sarebbero abbagliati dall’esaltazione delle loro passioni, o delusi dal superamento di tutti gli zang tumb tumb e amati frastuoni di motori?
La velocità delle cose, è passata di moda. Le macchine potenti, le gare di motori, così legate ancora a ferraglie, baccano e incertezze di percorso, sono simboli di una velocità sbruffona e anacronistica, al massimo venerata ancora per vezzo archeologico. La rinnovata attualità delle illusioni sul teletrasporto nasce da questo unico possibile interesse per lo spostamento fisico veloce di persone e cose: uno spostamento silenzioso e immateriale, che si accavalli a sua volta con altre dieci attività compiute nello stesso tempo.

Sto guidando in autostrada. Nessun pensiero particolare, nessuna idea geniale da perdere per strada. Squilla il telefono, la musica dell’iPod si interrompe, mi metto l’auricolare. È mio figlio, dice delle cose che non capisco, gli chiedo di andare piano. Vai piano, gli dico, e mi colpisce subito l’inversione dei ruoli. Allora mi spiega meglio, e c’è un’asta su eBay che scade tra sette minuti per una carta di Yugi-Oh (no, non ho ancora imparato cosa sia, Yugi-Oh, e forse non si scrive nemmeno così), ed è una carta rarissima e la devo comprare assolutamente, che io ho la carta di credito, che devo offrire fino a dieci euro, e intanto io penso cose poco carine di sua madre che gli ha consentito di telefonarmi per questo. Alla fine raccolgo le istruzioni essenziali e gli prometto che ok, me ne occupo. Guardo l’orologio, sei minuti ancora. Diciassette chilometri al prossimo autogrill, non ce la faccio. Mi fermo in una piazzola di emergenza, spengo il motore e tiro fuori il computer dallo zaino buttato sul sedile dietro. Tre minuti e mezzo. Mi collego a internet col telefonino. Vado su eBay. Che lentezza, la connessione del telefonino. Ci vorrebbe più velocità. Trovo la carta agognata che manca un minuto e sedici. Offro trenta euro, non è il caso di rischiare. Cinquantasette secondi. Una controfferta, due. Ventuno secondi. Undici. Due. Zero.
L’ho spuntata: per dodici euro. Conoscerete la nostra velocità.
Mando un SMS rassicurante a casa, chiudo il computer e sto per rimettere in moto quando qualcuno mi bussa al finestrino. È un poliziotto, ed ecco che mi sono messo nei guai per colpa di una carta di Yugi-Oh e della pretesa di onnipotenza. Non ci si ferma in una piazzola di emergenza per vincere un’asta di eBay. “Problemi?”, chiede l’agente. No, balbetto, dovevo solo fare una telefonata urgente. Grazie. Sorride, e torna alla macchina ferma alle mie spalle. Lascio che mi superi e si allontani, e riparto anch’io. Piano.

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