Un giorno alle corse

Visto che sta circolando anche qualche imbarazzante inesattezza, incollo qui l’appuntone che mi ero scritto – integrandolo con qualcosa tirata fuori all’ultimo momento – per la Direzione Nazionale del PD di stamattina. Poi ho parlato a braccio, e quindi alcune cose sono saltate, ma i concetti ci sono: scritti senza rileggere, non badate alla forma.

Allora, vi chiedo scusa se approfitto del fatto di essere qui per dire un po’ di cose anche poco piacevoli da sentire. Farei volentieri a meno, e mi sarebbe piaciuto che in questi mesi di vita del partito democratico e in queste settimane di suo letargo le avesse dette qualcun altro. Ringrazio Giovanni Bachelet che mi ha preceduto e ha seminato qualche traccia di preoccupazione e insoddisfazione per cosa sta accadendo del PD, facilitandomi un po’ le cose. Mi ha risparmiato – solo un poco – l’imbarazzo e il fastidio che ho io stesso per la figura di quello che arriva qui per la prima volta e pretende di spiegare cosa succede fuori. Ma si dà dannatamente il caso che molti qui diano l’impressione di non saperlo, cosa succede fuori: o di fregarsene. E quindi con riluttanza – con molta riluttanza – faccio quella parte lì.

Della relazione di Dario Franceschini condivido tutto quel che riguarda i modi di fare opposizione. Con un paio di piccole eccezioni – che gli segnalo per suggerirgli una più efficace impostazione dialettica della questione –: vedo una contraddizione tra il sostenere che su cinque anni dobbiamo avere il passo della maratona e partire piano, e il segnalare la difficoltà di recuperare consensi in tempo per le troppo imminenti elezioni europee. Quanto alla metafora della maratona, è più bella, ma secondo me più incongrua agli anni a venire di quella della formula Uno: si parte subito forte, e si deve andare più forte che si può fino all’ultimo giro.

E non mi pare vero che tutte le maggioranze appena insediate nella recente storia europea abbiano riscosso i primi cali di consenso solo dopo molti anni: non nel caso di Sarkozy, per esempio, e non in quello dell’ultima vittoria elettorale di Blair.

Ma ripeto, sulle modalità dell’opposizione in questi mesi sono del tutto d’accordo.

Sono meno d’accordo con Franceschini sull’analisi dello stato del Partito Democratico. E spiego perché.  Come sappiamo, malgrado un’iniziativa politica rivoluzionaria, moderna, e creativa come quella presa da Walter Veltroni durante la campagna elettorale, abbiamo perso le elezioni. Eppure quel risultato è stato un successo, proprio per questo: era impossibile vincerle, quelle elezioni, e il Partito Democratico, dato il contesto e le condizioni non poteva andare meglio di così: nessun leader e nessuna linea politica avrebbero potuto farlo andare meglio di così. Sfido chiunque a sostenere esempi contrari.

Inciso: che qualcuno faccia infantilmente l’offeso di fronte alla tesi che l’immagine del passato governo Prodi abbia limitato e di molto, le possibilità di vittoria alle elezioni, tesi condivisa là fuori dal primo studente di liceo all’ultimo politologo, la dice lunga sulle fesserie su cui perdiamo tempo.

Il secondo concetto, per me assai più grave e incomprensibile, è che dopo quella sconfitta, e quel successo – insisto: un successo – il PD è crollato. È dopo che è crollato. Sono passati sei mesi in cui non c’era altro da fare che farsi venire delle idee per farlo crescere, che lavorare per guadagnare fiducia e credibilità senza l’assillo del rischio elettorale, senza la complicazione del dover governare bene, senza il bisogno di un’opposizione agguerrita e instancabile: la maggioranza fa quello che le pare e in questi sei mesi, salvo rarissime eccezioni, potevamo fare un sacco di belle cose.

Invece.

Il PD oggi è molto in difficoltà: chiedete in giro. Peggio: ha un’immagine di partito allo sbando: cito mi pare lo stesso Walter Veltroni quando disse dell’agonizzante governo Prodi, “si avverte una sensazione di sfarinamento”. E guardate, so distinguere le fesserie dei giornali da quello che pensa la gente: ma so anche che le fesserie dei giornali orientano molto di quello che pensa la gente, e so che le fesserie dei giornali non possono diventare un alibi. Se chiedete in giro alle persone normali cosa pensano stia facendo il PD, vi risponderanno che Veltroni e D’Alema si fanno la guerra. E non posso credere davvero che uomini intelligenti reputino che la soluzione a questo tipo di comunicazione sia semplicemente rispondere “no, non è vero”.

Certo, c’è la crisi della sinistra europea, c’è la difficoltà delle sfide della modernità, eccetera eccetera. Ma siamo tutti stufi di alibi per le sconfitte: bisogna saper distinguere tra spiegazioni e giustificazioni. Non gliene frega niente a nessuno di sapere le ragioni per cui non riusciamo, che sono sempre le stesse. Se non riesci, ti sposti, e fai fare a qualcun altro. Avviso di un’altra cosa, perché in giro le vanità personali e i nervi scoperti prevalgono su tutto. Non mi interessa sapere di chi sono le colpe: è irrilevante. Distinguo tra colpe e responsabilità ufficiali, e mi interessano le seconde. E soprattutto mi interessa capire quali cause generano quali effetti, in modo da rimuovere le cause. Se dico che il governo Prodi si è fatto molto malvolere, non mi interessa se la colpa sia di Prodi o di quattro ministri, o dell’ufficio pubbliche relazioni. Ma mi interessa cambiare registro rispetto a uno che non funziona: mi interessa non convocare più – in tempi di casta, di distanza dai cittadini, eccetera – non convocare più una riunione alla Reggia di Caserta. Per dirne una.

E se l’Italia in generale, la sinistra in particolare, e il maggior partito della sinistra italiana nel dettaglio, sono nelle condizioni più disastrosamente scoraggianti dell’ultimo mezzo secolo, mi interessa che non si affronti questa situazione con gli uomini e i metodi che hanno portato fino a qui. Non riesco a capire come le persone che hanno avuto incarichi di altissima responsabilità nei partiti da cui viene questo, e nei governi che hanno preceduto e favorito questo – tra cui alcune persone per cui ho una grande ammirazione e riconoscenza – vivano senza nessuna logica consequenzialità la loro storica corresponsabilità nel fallimento.

Invece sono qui a discutere come affrontare il secondo decennio del Duemila le stesse persone che non hanno saputo affrontare il primo e che erano qui nel millennio precedente, e nessuna di queste fasi si fa ricordare come un momento splendente nella storia di questo paese.

Chiudo la parte critica, che spero non abbia bisogno di altri esempi, che altrimenti potrei tenervi qui a ore e non sarebbe bello per nessuno. Ma la chiudo parlando di e a Walter Veltroni, di cui ho infinita stima e la cui leadership sostengo fermamente (e trovo pazzesco che sia data cittadinanza a contestazioni che non rappresentano nessuno. Nessuno. Veltroni è diventato leader del PD per fare il leader del PD, non per vincere le elezioni pochi mesi dopo. Sfido chiunque contesti l’attuale segreteria a dire a nome di chi parla. Dei voti ottenuti con un sistema elettorale senza preferenze? Gli unici qui dentro che parlano a nome di qualcuno sono coloro che hanno preso voti alle primarie dell’anno scorso).

Bene, non pretendo di spiegare a persone molto più esperte e competenti di me quali contenuti dare al presente e al futuro del Partito Democratico. Non sto parlando di contenuti, come vedete, e non sarei all’altezza di discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro questo partito. E dichiaro che quando una cosa mi pare particolarmente assurda e incomprensibile, tendo a pensare sempre che mi sfugga qualcosa, prima di dire “è assurdo!”. Dove non vedo spiegazione, la chiedo, prima di volermene creare una che mi piaccia. Sull’anacronistica pigrizia e inadeguatezza della classe dirigente italiana – non parlo di quella di destra, che è al di là delle possibilità di analisi – per esempio ho chiesto molto in giro, e solo in assenza di altre giustificazioni o valide obiezioni ho dovuto convincermi che si spiega solo con pigrizie, vanità, mediocrità, egoismi e presunzioni umane. Normale, le abbiamo tutti, anch’io e parecchie: e infatti ho evitato di fare un lavoro che dovesse mettermi al servizio degli altri, come la politica. Per fare politica, soprattutto di questi tempi, ci vuole la capacità di mettere se stessi e le proprie ambizioni non in secondo, ma in quinto piano: o la capacità di soddisfarle, le proprie ambizioni, fingendo di non averne. E temo che se ce ne andiamo da qui, tutti noi che non soddisfiamo questo requisito, restano davvero in pochi.

Ma io non mi so spiegare Walter Veltroni, e quindi immagino che qualcosa mi sfugga. Cosa mi sfugge? Tutto il paese fa battute – divertite o scorate – sullo stordimento da KO che avrebbe colpito il nostro segretario, o quel che è. Tutti si chiedono dove sia finito il Veltroni della campagna elettorale: tutti notano la totale differenza di passo, ovvero l’assenza. Dico solo che ho trovato incredibile che sull’unica iniziativa politica e di comunicazione forte presa da Walter in questi mesi – l’intervento sulla questione Alitalia – invece che leggere e sentire almeno sulla stampa non vicina al centrodestra “Veltroni interviene sulla questione Alitalia”, se non “Veltroni risolve la questione Alitalia”, ho letto e sentito solo “Veltroni: sono intervenuto io”. Con conseguente prevedibile derisione e demolizione del concetto da parte del centrodestra. Ma che modo è? Ma c’è l’abbiamo un responsabile della comunicazione, un gruppo di persone che lavorino su queste cose, che sono le cose con cui poi si vincono i cuori e le elezioni?

Tutto il paese – persino l’ultimo avventore di bar – constata l’inesistenza di un gruppo dirigente compatto, di una squadra intorno al leader, di un’identità di partito. E stendo un velo pietoso su come stiamo affrontando la questione Rai, e su quali candidati stiamo investendo quella che pare essere la maggiore battaglia politica del momento: per non parlare dell’insistenza sul candidato alla presidenza della commissione di vigilanza Rai, che non ha una sola ragione sensata al mondo, se non quelle della peggior politica traffichina e perdente.

Tutto il paese si chiede: Warte, che stai affa’? Dove sei? Che ne è del famoso partito moderno, leggero, al passo con il futuro? Che ne è di quella che Goffredo Bettini stamattina sul Foglio ha chiamato “la speranza che abbiamo impiantato”? Io sono d’accordo con Piero Fassino quando sottolinea l’importanza della questione della leadership: ma non credo, diversamente da lui, che dobbiamo “discuterne” della questione della leadership. È una questione che ci ha superato, quella della necessità di leader efficaci e comunicativi, e dobbiamo solo farci i conti. E abbiamo avuto al fortuna di trovare un leader come Veltroni che in campagna elettorale ha mostrato assieme grande capacità di raccogliere consenso e popolarità e grande visione e capacità politica e concreta. Ma dov’è finito quel Veltroni lì? Chi se ne sta occupando, di questo partito?

Warte, cosa mi sfugge? Cosa ci sfugge? Perché ti avviso, siamo in parecchi. E siamo il famoso paese reale, non una cosa che si snobba con un’alzata di spalle e la legittima convinzione di essere quelli che sanno fare le cose, altro che chiacchiere. Le chiacchiere stanno affondando questo partito.

Vi dico cosa farei io. Passerei tutto il tempo a inventarmi delle cose: a farmi venire delle idee. A mostrare al paese, per i prossimi tre anni, che stiamo facendo delle cose e delle buone cose. L’intervento su Alitalia poteva essere uno. Era fare. Tutte le dichiarazioni su Berlusconi Di Pietro o la Rai, invece sono dire. Sono inutili, roba vecchia, perdite di tempo. La politica non si può più fare così, se si vuole davvero fare, la politica: se non si vuole tenere una rendita personale in attesa di inutili promozioni o lontane pensioni. La politica oggi si fa in modo rivoluzionario, o si perde, e si perde prima di tutto con se stessi. Le persone che sono qui oggi – salvo i pochi che hanno meritatamente legato il proprio nome alla creazione del Partito Democratico – non saranno ricordati per niente di buono. Non è una cosa bella, perché ci sono un sacco di brave e capaci di persone: ma è la verità. Siamo brave e capaci di persone inesistenti nella storia, che non hanno saputo mettere delle pezze sui disastri di questo paese. Nel migliore dei casi, un ministero ininfluente quella volta là, una legge già abolita quell’altra volta.

Siete la leadership? Siete il modello? Siete quelli che devono guidare il cambiamento? E allora andate via da Roma, per un anno. Trovatevi un’altra città, un altro pezzo di Italia da conoscere e aiutare, e andate là. A Cosenza, a Treviso, a Sassari. Sì, lo so, state già pensando “i bambini, la famiglia, figuriamoci”. Ma che impegno è quello in queste condizioni non è capace di grandi sacrifici? Io vi capisco: non ne sarei capace, non mi sentirei disposto a tanto. E infatti faccio altro.

Cameron ieri ha detto “per risolvere i guai straordinari della finanza di queste settimane, non abbiamo bisogno del solito, abbiamo bisogno di cambiare”.

Continuo. Date metà del vostro stipendio da parlamentare a un progetto concreto – sì, lo so, che già lo date al partito: ma non lo sa nessuno, e soprattutto non gliene frega niente a nessuno. Guardate che la questione Casta è momentaneamente accantonata perché ci sono state le elezioni e una momentanea distrazione. Ma tornerà presto – non parlo del grillismo, ma delle legittime e fondate proteste sulla condizione intollerabile della nostra classe politica. E quando tornerà, noi non saremo attrezzati per venirne assolti. Prendiamo quei soldi e creiamo una scuola, borse di studio, aiutiamo le amministrazioni locali del PD. Facciamoci delle buone cose e diciamolo. Pubblichiamo – sul serio – non in un angoletto del nostro sito, il bilancio del partito, trasparentemente. Creiamo un gruppo che si occupi efficacemente – dico efficacemente e professionalmente – della comunicazione del partito, e una struttura che raccolga idee e proposte e richieste. Questa mi sembrava di non potervela suggerire, ma qualcuno prima di me vi ha già saggiamente accennato: aboliamo, attenzione che non scherzo, aboliamo i ministri ombra. È stata una delle trovate comunicative più controproducenti avute finora, e lo è ogni giorno. Ci ridono dietro, ma pure gli elettori del PD. Ricambiamo totalmente se non la dirigenza del partito – non arrivo a chiedere tanta banale ovvietà – ma almeno tutte le figure destinate alla comunicazione pubblica: che da Vespa e Floris ci vada Matteo Colaninno, ci vada Cuperlo, ci vada Alessia Mosca, ci vada Zingaretti, ci vadano i dirigenti di domani, che altrimenti non lo saranno mai, senza nessuna visibilità e autorevolezza pubblica. Vogliono D’Alema e Rutelli? D’Alema e Rutelli dicano no, grazie: e mandino Letta e Cuperlo. E impegnamoci con ogni mezzo e in modo esibito ogni giorno per cambiare questa legge elettorale: oltre che sacrosanta, sarebbe la battaglia più condivisa da tutto il paese, oggi. Altrimenti ci ritroveremo quattro mesi prima delle prossime elezioni a litigare sulla legge elettorale e a non poter spiegare come mai non ci abbiamo lavorato prima. Guardate, sono il primo nemico di quel che la demagogia ha fatto al nostro tempo: ma un conto è la demagogia, un conto sono le cose buone e giuste che sono anche apprezzate dalla gente. Un minimo di saggia e motivata demagogia, la sappiamo usare ancora o no?

Siete capaci di farle, queste cose? Siamo capaci? Perché se non siamo capaci, non siamo capaci di fare politica, di fare il bene di questo partito, della sinistra italiana e di questo paese. E ne facciamo il male, ogni ora che passa: nessuno si senta assolto.

Vi chiedo di nuovo scusa: ma vi prometto che non verrò a ripetere queste cose una seconda volta.

 

Altre cose: