Cerco di capire quali pensieri mi vengono leggendo della madre della ragazza marocchina uccisa dal padre a Pordenone, che giustifica suo marito. Mi chiedo cosa ne penserei se fosse italiana. Prima ancora mi chiedo: è giusto chiedermi cosa penserei se fosse italiana? Il relativismo culturale genera mostri, è vero, ma è vero che ogni cosa ha un significato e le differenze esistono: bisogna capire che valore hanno. Quindi sì, è giusto chiederselo, ma senza farsi ingannare da altre differenze. Provo quindi a immaginarla italiana, molto credente in un cattolicesimo retrogrado, di una classe sociale “umile” (eufemismo tipico) e una cultura molto povera e limitata.
Se quella famiglia fosse stata italiana sarei addoloratissimo per la ragazza, non conoscerei scuse per il padre, sarei molto dispiaciuto per la madre, e mi chiederei quali contesti rendano possibile una cosa così. Penserei che non debba essere concesso nell’Italia di oggi che una cultura maschilista medievale e una religione retrograda (intimamente legate) spingano un uomo a uccidere sua figlia e sua moglie ad assolverlo. Senza assolvere quell’uomo per quel che di malvagio e violento c’è in lui: non tutti i padri musulmani uccidono le figlie indipendenti. E penserei che molti siano responsabili dell’eventuale demolizione di quella cultura, e non tutti se ne stiano occupando; e che il permanere di aspetti retrogradi in una religione – ammesso che ci possano essere elementi progressisti in una religione – non sia responsabilità dei soli credenti, ma soprattutto dei loro pastori (non dico “della religione stessa” per non complicare la questione).
Questo penserei se fosse successo a una famiglia italiana (e succede, che padri bigotti e prepotenti perseguitino le libertà delle figlie). Penso la stessa cosa di questa famiglia marocchina, di quello che non impara nell’Italia in cui è venuta a vivere e di quello che impara dai suoi pastori.
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