Il mio regno per un bavaglio

Dirigo un giornale online, abbiamo avuto delle beghe intorno a richieste di rettifiche o persino a qualche isolata querela, seguo le cose del giornalismo nei tempi contemporanei: ho del tutto presenti e chiari gli abusi e le prepotenze che a volte vengono compiuti o avanzati nei confronti dei giornali e dei giornalisti rispetto a cose che hanno pubblicato in totale correttezza o che hanno implicazioni risibili e facilmente emendabili in modo indolore.

Ciò detto, conosco anche – come molti annoiati lettori di questo blog sanno – gli abusi, le cialtronerie, le cattive fedi, gli inganni e le bugie che sono la routine di diversi giornali: e di diversi giornalisti e loro mandanti, direttori e capiredattori. Ne ho un giudizio morale drastico, ma non è questo il punto. Il punto è se – nel difendere la libertà dei giornalisti e di chiunque fa informazione anche occasionalmente, che io equiparo – debba esserci anche un’assunzione di responsabilità e accountability (da parte di giornalisti e di chiunque fa informazione anche occasionalmente, che io equiparo) oppure le tutele debbano arrivare a un “liberi tutti” o al ridicolo alibi delle sanzioni di un insignificante Ordine dei Giornalisti.

Me lo chiedo leggendo un articolo allarmato su Repubblica di stamattina intorno a una nuova pretesa legge “quasi bavaglio” (il primo che vendette “bavaglio” alla comunicazione mediatica e politica dovrebbe chiedere le royalties) che “rispunta al Senato”. Legge che – lo ritengo del tutto plausibile, statisticamente – potrebbe essere una fesseria totale: ma quel che ne leggo nell’articolo allarmato di Repubblica non riesce ad allarmarmi per niente, confesso. Dopo molto generico allarme (“la legge così com’è proprio non va”, decide di sancire la cronista a nome di tutti prima ancora di averla spiegata) finalmente sono citati alcuni passaggi:

Il carcere non c’è più. E sia. Ma ci sono le multe. Normalmente fino a 10mila euro. Ma fino a 50mila “se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità”.

Insomma, uno sa che una cosa è falsa, e la scrive lo stesso, falsa. E viene pubblicata, falsa. E per questo “ci sono le multe”, “fino a 50mila euro”. Il problema qual è? Che bisogna lasciarglielo fare gratis, il contrario di quello che è il giornalismo? O che il tetto massimo è troppo alto (“fino a” è un limite massimo, ricordo, non un’indicazione: impedisce esagerazioni)? E in questo caso, non basta dire: “ok, tutto giusto, abbassiamo solo il massimo a 10mila euro, che così è troppo”?

Rispondono anche, “a titolo di colpa”, il direttore o il vice direttore responsabile. “La pena è in ogni caso ridotta di un terzo”. Ma i due rispondono pure “nei casi di scritti o di diffusioni non firmati”.

Beh, sì: mi pare il concetto del direttore responsabile. L’idea che qualcuno garantisca e controlli. E, appunto, che anche in assenza di un autore che ne risponda, qualcuno se ne assuma la responsabilità e sia garante (lo scrivo a mio rischio e pericolo di direttore, lo so: ma così è, e al Post è avvenuto).

E veniamo alle rettifiche, il comma dolente. È scritto che “il direttore è tenuto a pubblicare gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo, con la seguente indicazione “rettifica dell’articolo (titolo) del (data) a firma (l’autore)” nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa, o nella testata giornalistica online (solo registrate, quindi niente blog, ndr.) le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Salvo che queste rettifiche non abbiano un risvolto penale, vanno pubblicate.

A me pare si dica, insomma, che se io coinvolto in un articolo pubblicato voglio che sia letta anche una mia versione di “rettifica” (non una mia generica opinione, o aggiunta: “rettifico” un fatto scritto, che giudico plausibilmente lesivo o falso) sui fatti descritti secondo me in maniera falsa o sbagliata o lesiva, posso ottenerlo. E che questo valga solo per le testate registrate: e che non valga se pretendo di scrivere cose con un risvolto penale.
Da curatore quotidiano di un giornale online vedo in questa ipotesi: qualche goffaggine pratica (la rettifica a fondo articolo, o in una pagina propria?); pochissimi rischi di abuso; una tutela per me rispetto all’alternativa di querelarmi immediatamente o dopo anni, invece di chiedermi di correggere (cosa che avviene): un’occasione di correggere cose sbagliate che possa avere pubblicato (avviene anche questo, ovviamente) e migliorare i miei contenuti.

Ma non è finita qui. Siamo alla distruzione definitiva. Oltre alla rettifica e alla richiesta di aggiornare le informazioni, l’interessato “può chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali”. Non basta nemmeno. “L’interessato può chiedere al giudice di ordinare la rimozione delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l’ulteriore diffusione”.

Siamo alla distruzione definitiva, tipo titolo di film di Godzilla. Il modo in cui ci arriviamo è che un lettore citato in un articolo, ritenendone il contenuto diffamatorio o le informazioni irrilevanti rispetto alla congruità giornalistica (già regolata dalla legge), può chiedere l’eliminazione di quelle informazioni. E il giornale online può decidere se accordargliela (en passant: un caso esatto di questo genere è avvenuto proprio ieri al Post, la persona citata aveva le sue ragioni perché nel frattempo era emerso un fatto nuovo, e dopo averlo verificato abbiamo rimosso il suo nome, giudicando la richiesta legittima e inoffensiva per l’informazione dei lettori). E se non gliela accorda quello può rivolgersi a un giudice. E il giudice può decidere che abbia ragione a volerlo, e può ordinare di rimuoverli.

Poi, ripeto: la legge può avere un sacco di altre cose pessime – a cominciare dalle intenzioni dei proponenti, di cui essere sospettosi: ma si giudicano i fatti, non le intenzioni – o la sua applicazione nei fatti può coinvolgere complicazioni e soprusi che qui non sono illustrati. Ma bavagli, non ne vedo.

Altre cose:

6 commenti su “Il mio regno per un bavaglio

  1. gianmario nava

    un plauso convinto allo stigma sul processo alle intenzioni
    non
    se
    ne
    può
    più

  2. Pingback: Diffamazione preventiva. Vi spiego perché non mi piace la nuova legge – Punto Nave - Blog - Finegil

  3. Pingback: Diffamazione sul web: le solite tristi storie - manteblog

  4. johndoe

    Concordo con i giudizi e anche io, in generale, ritengo la gran parte della stampa italiana molto screditata, principalmente per colpe tutte sue.
    La pessima opinione che ho di rep,, e il tono delle repliche, mi fanno anche dubitare del fatto che, leggendo gli abusi che la legge vuole colpire, abbiano pensato che sia stata scritta espressamente contro di loro.
    Questo mi rende la proposta di legge simpatica, senza ancora averla letta :-)

  5. cinziaopezzi

    forse l’auore del disegno di legge potrebbe ritenersi consapevolmente diffamato in quell’aricolo, ad esempio
    il processo alle intenzioni, non solo sui giornali, che spesso si basa su una malintesa scientificità delle interpretazioni psichiatriche, a me sembra diffamatorio in se, abbastanza spesso

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