Falsi nemici delle notizie false

Oggi Giuliano Pisapia scrive in prima pagina su Repubblica che sulle notizie false e sulle loro conseguenze nefaste di vario genere bisogna fare qualcosa: lo scrive con cautela, discrezione e consapevolezza delle delicatezze del terreno e delle obiezioni, e lo scrive così:

Non è facile trovare una soluzione equilibrata, ma certo non bastano gli algoritmi. Il Presidente dell’Antitrust ha ipotizzato agenzie pubbliche per contrastare la diffusione di bufale con interventi rapidi e incisivi per la loro rimozione (prevedibili i commenti negativi sui social). Paolo Veronesi, Presidente della Fondazione Veronesi, ha proposto di mettere, almeno sui siti scientifici, un bollino antibufale. Alcuni senatori ex 5 Stelle, di certo non censori del web, hanno presentato un disegno di legge per “tracciare in modo certo l’identità di chi scrive sui social”. La recente sottoscrizione, a livello europeo, di un codice di condotta per la celere rimozione dei messaggi che incitano all’odio è un piccolo, ma limitato, passo avanti. Ma non può bastare. Le proposte sono tante, alcune praticabili, altre no; alcune censurabili, altre da approfondire.
(…)
È necessario, è urgente trovare soluzioni equilibrate per limitare, per quanto possibile, i danni di un uso spregiudicato e criminogeno di Internet.
Un soggetto autonomo e indipendente, in cui siano rappresentate le diverse realtà interessate, potrebbe essere non solo una garanzia per tutti, ma anche ridurre i danni di un uso improprio di una grande ricchezza come Internet, evitando decisioni discrezionali e ingiuste censure preventive. Può essere una soluzione, anche solo parziale. L’importante è non arrendersi.

Pisapia è avvocato, di grande esperienza, bravura, e attenzione ai diritti. La sua proposta di pensarci ha senso, come ogni proposta di pensare alle cose, e di ripensare alle cose ogni giorno. Non mi impensierisce – come scriveranno tra poco in molti – che la sua proposta possa mettere bavagli o altro (i bavagli nell’informazione italiana sono quasi tutti scelti). Però penso che sia una proposta fallimentare per due ragioni. La prima, è stato già scritto, è che probabilmente non può funzionare in principio: ridurre la complessità della realtà a un timbro di vero o falso e a delle responsabilità e conseguenze esatte è impossibile in gran parte dei casi (lo dice uno che ha scritto di notizie false per anni, ma da analista, non da giudice), ancora di più farlo in maniere condivise e ufficiali.
La seconda è che non si può pensare che i promotori più essenziali di un’iniziativa del genere – i mass media tradizionali e la politica – promuovano una cosa di cui sarebbero i primi sanzionati: politica e giornali sono oggi in Italia i maggiori utilizzatori strumentali delle notizie false. Sono i loro strumenti del mestiere, l’una per ragioni di ricerca di consenso, gli altri per ragioni di economie e ricerca dei lettori, in un contesto che non ha costruito una cultura dell’attenzione alla verità che attenui queste spinte, anzi va demolendola sempre di più.

È vero, quindi, che “l’importante è non arrendersi”: anche perché sta andando a finire come dicevamo anni fa, e l’ipotesi più probabile – come in ogni crisi di autorevolezza italiana – è che a un certo punto decida di occuparsene la magistratura, con i casini conseguenti.
Ma è alla costruzione di quella cultura che si deve lavorare, con il secchiello, e a ribaltare i meccanismi economici che incentivano le falsificazioni: non credo invece aiuti la costruzione di organismi di oggi improbabile forza, autorevolezza e rappresentanza, soprattutto se trascura di indicare chiaramente dove stia il problema e continua a citare solo “internet” (di cui non ignoro le responsabilità di amplificazione). E Pisapia, che ha fatto il politico e ha fatto l’avvocato in un sistema giudiziario fortemente influenzato dalle narrazioni giornalistiche, credo lo sappia.

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