A-ha!

La settimana scorsa la povera questione che riguarda un vecchio scritto di Daniel Cohn-Bendit riguardante la pedofilia è stata discussa anche in Francia. Strano che in Francia la storia sia arrivata sulle prime pagine due settimane dopo che in Italia, ma a suo tempo il dossier che Bettina Roehl era andata spacciando in giro per l’Europa era stato reputato robaccia da Libération. Poi il canale televisivo TF1 l’ha ripescato, ci ha montato su un preteso scandalo, e in un’intervista già programmata con Cohn-Bendit gliel’ha rinfacciato. Lui ha provato a rispondere come si fa con qualcuno che capisce, ha detto che erano cose di trent’anni fa, che ora suonavano davvero sgradevoli, ma a quel tempo il contesto e la provocazione erano tutt’altri, e soprattutto quello scritto era noto a tutti da allora. Il giornalista di TF1 non ha mollato, e al termine dell’intervista ha domandato a Cohn-Bendit se si sarebbe dimesso da eurodeputato. Cohn-Bendit ha risposto nel modo più ovvio: “E perché?”.
Capita continuamente, o sbaglio? Capita in certe polemiche annose, in certi presunti “casi”, in certi dibattiti che si trascinano per anni senza che le ragioni siano chiarite. Capita che qualcuno si addentri in una questione che ha riferimenti e contesti che gli sono del tutto estranei e piuttosto che cercare di capirli, di entrarci dentro, creda di poter comprendere, giudicare e agire sulla base delle sue esperienze e dei suoi pregiudizi. E capita questa è la parte interessante – che colui a cui si contesta si trovi di fronte qualcuno che non capisce, che non conosce quello di cui sta parlando, che non ha la minima idea del contesto in cui si sta addentrando e che trae delle conclusioni proprie solo al suo sistema di riferimento. Gli elementi tipici dell’azione sono due: un’ignoranza solida e un pregiudizio radicato con cui ci si illude spesso inavvertitamente di poterla colmare. Mi incuriosisce e ispira comprensione la reazione – quella di chi viene giudicato – il suo provare a chiarire, l’incauta fiducia nel posso-spiegare, la meraviglia del non essere ascoltato e poi la sconsolata constatazione che non c’è niente da fare: voi-non-avete-la-minima-idea-di quello-che state-dicendo. La battaglia è quasi sempre persa, forse ne uscirà (non senza graffi) Cohn-Bendit grazie al sentimento familiare che investe la vita pubblica di cui Luigi Manconi ha parlato a proposito della Germania.
Faccio degli altri esempi, più prossimi e meno a questo. A cominciare dal più paradossalmente attuale. Il Sessantotto, o quel periodo che va sotto questo nome, è incomprensibile a chi non c’era o a chi non l’abbia studiato bene. Il Sessantotto non esiste, a cominciare dal fatto che fu il Sessantanove: è un luogo comune diverso nella testa di ognuno, arricchito di scampoli di esperienze personali le più varie. Per sovrammercato, ne circolano stereotipi a buon prezzo a ogni semaforo, tramandati per generazioni, per cui tutti sono convinti di sapere esattamente di cosa si tratti. Il Sessantotto è un po’ di tutti. Ma la maggior parte delle valutazioni che si fanno oggi, positive o negative, suscitano – tra chi ha vissuto e conosciuto di persona le cose che chiamiamo il Sessantotto – la stessa reazione: “Ma di cosa state parlando? Cosa state dicendo?”. Reazione, lo sottolineo ben bene, che non arriva se non dopo decenni (decenni) di racconti, spiegazioni, analisi, definizioni, bellamente ignorate in nome di diversi punti di vista che diventano “il” punto di vista. Andandoci con i piedi di piombo, e scrivendo ben chiaro che mi-riferisco-solo-a-questo-particolare-aspetto, dico che la stessa cosa vale per il comunismo nelle forme in cui l’ha pensato gran parte delle persone di sinistra italiane. Le contestazioni e le condanne odierne del comunismo non tutte, per fortuna – si riferiscono a un disegno realistico e fondato quanto si vuole ma anche riduttivo e stereotipato. Anche le persone che hanno creduto in un mondo di uguali e si sono battute per questo senza fare del male a nessuno, oggi si sentono rinfacciare i gulag e le foibe e domandano “Ma di cosa state parlando? Cosa state dicendo?”. Ancora, era abbastanza spregevole l’entusiasmo con cui è stata avallata la passione del professor Filippani Ronconi per cose stupide e ignobili come le armi, la passione per la morte eroica, o l’attaccamento rimbambito a brandelli di nazismo. E per la mia opinione sommaria su cose che non mi riguardano può anche bastare. Ma sappiamo di cosa stiamo parlando? Io no, non ho la minima idea di cosa siano davvero le cose che lo riguardano, men che mai la sua disgraziata appartenenza alle SS. Possono essere compiute azioni che riguardano la vita di una persona in conseguenza di questo livello di giudizio?
Naturalmente l’altra faccia di questa contrapposizione è che si può ribaltare in un sentimento di intangibilità. Non vi azzardate a giudicare, voi che non c’eravate, voi che non sapete. La reazione detta arriva senza nessun tentativo di spiegazione, di contestualizzazione. Le cose di Tangentopoli. È evidente che alcuni giudici che hanno indagato sulla corruzione in Italia hanno aperto un libro di cui non conoscevano niente e alla terza riga sono saltati comprensibilmente sulla sedia: così hanno preteso di aver capito tutto e di poter giudicare ogni cosa con gli stessi criteri con cui parcheggiavano la macchina, con gli incauti disastri che ne sono seguiti. Ma è vero che la reazione offesa e indignata di chi riteneva che in quelle cose fosse irriguardoso anche solo domandare chiarimenti, è parte dello stesso meccanismo. Il dentro non conosce il fuori e il fuori non conosce il dentro, e quando si confrontano uno di loro pretende di condannare a occhi chiusi. Se lo fanno tutti e due, sono guai grossi.
Proseguo con gli esempi (e taccio sul più facile), tra palo e frasca un filo comune che spero di aver spiegato. Lo scandalo per le canne fumate nelle scuole italiane e le richieste di maggior rigore e i timori per i nostri ragazzi. A una parte di persone scandalizzate è impossibile spiegare che lo scandalo non c’è. Impossibile: “Ma di cosa state parlando? Ma cosa state dicendo?”, rispondono i ragazzi stessi e chiunque conosca davvero le scuole e la marijuana. I senesi non sono massacratori di animali, eppure la questione delle sofferenze dei cavalli nel Palio esiste. Ma chi si azzarda a chiedere condanne senza averlo vissuto, è responsabile della reazione indifferente dei senesi, che non è altezzosa, non del tutto: è “voi non avete la minima idea di quello di cui parlate”. Ed è facile cadere nella stessa supponenza distante. Quando mi trovai a leggere, vent’anni dopo, alcuni violenti articoli di Lotta Continua degli anni Settanta, li trovai orribili. Scrivevate cose orribili, dissi indignato a persone di cui ho una stima sconfinata, nel più lieve dei casi. Con il mio metro, con il mio mondo, scrivevate cose orribili. La domanda “Come diavolo avete potuto?” avrebbe potuto essere retorica e accusatoria. Invece ottenne delle risposte che modificarono, se non tutto il mio giudizio, il mio sommario quadro delle cose di cui pretendevo di accusare.
La reazione rassegnata del giudicato (Manconi apre il suo articolo con una storia per cui “A nulla vale il fatto che” e “Tutto ciò non è servito a niente”), non è però la scena finale. La scena finale è il danno incosciente, la tragedia maldestra, l’offesa presuntuosa, lanciate a tutto gas. La condanna, la pena, la gogna. La richiesta di dimissioni per Cohn-Bendit. Per tenersi leggeri, nel film “Ti presento i miei”, uscito qualche settimana fa in Italia, il giovane aspirante genero di Robert De Niro sbugiarda quello che si è convinto essere un complotto della CIA in cui De Niro è coinvolto. Ma invece distruggerà solo una benevola e cara sorpresa di matrimonio ai due giovani sposi, fuorviato dal suo pregiudizio sulle attività spionistiche del suocero. La faccia sdegnata di De Niro di fronte al piccolo incosciente saputello dice una cosa sola “Tu non hai idea di quello di cui stai parlando, di quello che hai fatto”. Per tenersi leggeri.
Quando ci si imbatte in qualcosa che pare scandaloso, è più difficile pensare che forse c’è qualcosa che non sappiamo o che non abbiamo capito, e chiedere spiegazioni. È più facile giudicare in cuor proprio, chiedere dimissioni, licenziare, mettere alla berlina, scrivere libri di storia. È più bello affermare il proprio giudizio, il proprio “A-ha!”. C’è una presunzione stupida nel pretendere di saperla più lunga di chi c’era solo in ragione del proprio buon senso. “Lei può spiegarci che mondo era e che tempi erano quelli in cui scrisse quelle cose, qual era la sensibilità, come mai una persona lucida ed intelligente come lei le ha scritte?”, avrebbe dovuto chiedere l’intervistatore a Cohn-Bendit. E provare a capire dalle sue parole. Per questo, quelli che ci si provano ancora, a spiegare, a costo di riempire pagine intere di cose già dette e avrebbero di meglio da fare – sono migliori di quelli che sbuffano.