Un sistema ci deve pur essere

Se avete da vendere qualcosa, o mettete un annuncio su Secondamano o chiamate l’ufficio stampa di Stilelibero, Einaudi. Quante recensioni di “Un amore dell’altro mondo” avete letto, in una settimana? E questa, a che serve? A provare a parlare di alcune cose che sono in un buon libro, e non solo del fatto che il suo protagonista sia una rockstar dalla breve carriera morta suicida. Vediamo. Homer B. Alienson è un ragazzino che vive ad Aberdeen, Washington, paese di boscaioli. Si convince presto che gli adulti, gli altri, sono diversi. Qualcosa è successo loro. Vede L’invasione degli ultracorpi in televisione e si convince che sia capitato qualcosa del genere, come se gli alieni si fossero sostituiti alle persone nel sonno. Così decide di non dormire mai più. “Homer B. Alienson smise di dormire un paio di anni dopo, all’età di nove anni”. Molti anni dopo vive da autoemarginato, senza dormire, e vendendo a fanatici collezionisti i giocattoli spaziali che gli erano stati regalati da bambino. E incontra un giovane un po’ squinternato come lui e che come lui sembra avere delle grosse resistenze e diffidenze nei confronti del mondo, Kurt. Kurt gli dà il sistema per dormire. Homer, che Kurt chiama Boda come un suo infantile amico immaginario, prende il sistema nella sua bustina trasparente e va a casa a sniffarlo. “La prima sistemata è un po’ come il primo bacio. Sei così preso dal problema di dove mettere la lingua che quando ti rendi conto che era proprio la sua lingua quella cosa che hai sentito sulla tua, lei si è già staccata da te”.
“Il pensiero dominante della prima sistemata è quanto tempo ci vuole perché la polvere faccia il suo effetto e, qualora a un certo punto si ritenesse che l’abbia fatto, com’è che si fa a essere sicuri che sia veramente così che deve essere quando ha fatto il suo effetto. Dopo la prima volta, la differenza tra il sistema e i baci è che quando ci si bacia non si sta più troppo a pensare, mentre quando ci si sistema, che sia la seconda o la millesima volta, non si fa altro che pensare, Si pensa quasi sempre”. Poi la storia di Homer e Kurt prosegue, ma è meglio leggere il libro senza saperla. Anzi è meglio rileggerlo un po’ quando lo si è finito, per rivedere la storia alla luce di quello che si è capito strada facendo, come nei film di Lynch. Lynch, già.
Ho chiamato Tommaso Pincio, e gli ho chiesto se il suo è un romanzo sull’eroina, sugli anni Novanta o su Kurt Cobain. A parte che non sono io a doverlo dire, eccetera eccetera – mi ha risposto – ma tra le tre, direi un libro sugli anni Novanta. O meglio, un libro su quello che gli anni Ottanta hanno fatto agli anni Novanta. Poi è la storia dell’incapacità di un personaggio a incidere sulle cose della sua vita.
Non prendermi per paranoico, dice. Io lo chiamo sistema, dice. Adesso Pincio non parla di quello del libro, ma del sistema nel senso di Toni Negri, il Sistema, quello che siamo tutti schiavi del Sistema eccetera. Io lo chiamo Sistema, dice Pincio. Insomma: io non voglio essere paranoico, dice, ma l’idea di rendere sacrificabile una parte della popolazione soltanto perché più debole emotivamente ha fatto parte di una strategia precisa iniziata con l’era Reagan. Sta parlando dell’eroina, Pincio, e degli anni Novanta: ti ricordi la campagna Calvin Klein? Era quella che lanciò l’heroin chic, con le ragazze emaciate e i modelli con atteggiamenti ed espressioni da tossici. Alla fine degli anni Ottanta l’eroina non era più di moda: a farla tornare in auge furono l’intervento sul mercato dei colombiani, la possibilità di assumerla sniffando, senza il trauma del buco e la complicità del sistema. Lui lo chiama così, come Toni Negri.
“La gente viveva di domande, allora. Domande del tipo “Chi ha ucciso Laura Palmer?””. Lungo la storia del libro ci sono sfondi continui di cronaca e cultura popolare che passano attraverso la televisione. Twin Peaks, Rodney King, l’AIDS, Il Migliore con Robert Redford. Un effetto nostalgico tipo Anima Mia culla i coetanei dell’autore, che ha 38 anni. E che non ha mai visto Anima Mia, ma una volta capito di cosa parlo spiega che questo ha a che fare con l’effetto nostalgia che segue per sempre la prima volta dell’eroina, il ridiventare bambino e crescere una fortissima nostalgia dei bei ricordi infantili. La televisione è essenziale nel rapporto di quegli anni con l’eroina. Ci si faceva davanti a televioni accese, c’erano sempre televisioni accese.
Allora, io non ho mai amato i Nirvana, forse non li ho capiti. Musicalmente discontinui, niente di epocale. Chiedo lumi a Pincio, che ha scritto un libro che più che su Kurt Cobain, è dedicato a Kurt Cobain, dice lui (infatti non è un libro su Kurt Cobain: è un libro su un tempo, il nostro). E dice anche che i Nirvana hanno rappresentato una svolta imprevedibile, soprattutto dal punto di vista sociale: una cesura con quel periodo terribile che sono stati gli anni Ottanta. Una resistenza che ha creato le premesse per una resistenza maggiore. Il limite della loro potenza rivoluzionaria, se vuoi, sta nel fatto che l’astio e la ribellione di Cobain non sono mai andati oltre il risentimento individuale, i suoi traumi familiari: tutto quello che non funziona nel mondo lui lo spiega a partire dalla sua storia personale. E d’accordo, adesso capisco, ma la musica? L’ingresso di Cobain, in quel momento, ha effettivamente rivoluzionato il panorama del rock com’era, dice Pincio. Resta incompiuta la possibilità di vedere dove sarebbe andato poi, abbandonando la patina hard rock adolescenziale e lavorando sulla cultura melodica che evidentemente aveva. La sua contraddizione era tra il voler essere così punk e avere una sensibilità pop: gli piaceva My Sharona dei Knack, se te la ricordi. Me la ricordo sì, ho ancora il 45 giri con la ragazza in canottiera in copertina. La canzone più famosa dei Nirvana, insiste Pincio, è Smell like teen spirit ed è diventata un inno generazionale, ma si trattava semplicemente del nome di un deodorante per ragazzine. Io mi chiedo se il grunge stia al rock degli anni Settanta come il ’77 sta al ’68, ma non lo dico a Pincio.
Pincio non si chiama Tommaso Pincio, naturalmente, e crede molto nell’invisibilità dell’autore rispetto alla storia. Diffida delle storie autobiografiche. Ha scritto “Un amore dell’altro mondo”, una storia americana, imbottendolo di riferimenti alla cultura americana ma anche usando espressioni che sembrano tratte dalle traduzioni in italiano dei romanzi e dei film americani. “Il baseball e cose del genere”, “Fanculo”. Che lui sia Marco Colapietro, 38 anni, romano, non si deve vedere: e infatti non si vede. Negli anni Novanta era là, a New York. Il libro è molto bello, e durerà.