Pensieri

Caro direttore, malgrado l’esercizio della nostalgia per le allegre serate che passammo assieme l’anno scorso occupi molto del mio tempo, ti scrivo alcuni pensieri che ho messo assieme in questi giorni sulle cose che si dicono e che si vedono e di cui anche il Foglio si è occupato. Senza il tuo nerbo, come vedrai, vagano assai più confusi.

La discussione sul Sessantotto e quella sul sequestro Moro hanno una cosa in comune: si ripetono ciclicamente, a cicli sempre più brevi, senza che i termini delle questioni si rinnovino mai. A volte sembrano un po’ improficue, insomma. Su Moro, quello che mi ha fatto più impressione è stata la granitica certezza con cui i sostenitori della linea-della-fermezza (di vecchia data o dell’ultim’ora) hanno ripetuto le loro ragioni. Non discuto della fondatezza di queste ragioni – non saprei arrivare ad altrettante certezze in un senso né nell’altro – ma mi sembra impensabile che su un dilemma così complesso e pieno di implicazioni, così poco scientifico, così delicato e tragico, chi sostenne che non si dovesse concedere nulla per salvare Aldo Moro non sia sfiorato dal dubbio. Mi sembra impensabile che la sua reazione sia ogni volta “facemmo la cosa giusta” piuttosto che il più umano e comprensibile “speriamo di aver fatto la cosa giusta”. E mi sembra anche strano che nel ribadire queste assolute certezze si contempli sempre e solo un cedimento clamoroso ed enorme da parte dello Stato, e mai – come appare invece contemplabile – una trattativa che concedesse senza concedere, che desse un risultato poco significativo per lo Stato ma significativo per gli assassini, la cui disponibilità a portarsi a casa anche poca cosa è sostenuta da molte persone attente a quella storia. Queste due insensatezze, ancora più strane in persone sagge e ragionevoli come Mario Pirani, mi sembra si possano spiegare solo con un desiderio – conscio? Inconscio? – di rimuovere dal proprio pensiero anche la più remota possibilità di aver fatto la scelta sbagliata e le conseguenze che ne deriverebbero.

Di recente, la linea della fermezza ha trovato un nuovo sostenitore in Luca Telese, che è un bravo e giovane giornalista del Giornale: e ci ha scritto sopra un paio di lettere pubblicate dal Riformista. Una sua considerazione del tutto sballata mi ha fatto pensare a una cosa più generale sul rapporto tra fermezza ed emergenza. Telese ha criticato una presunta recente deviazione dalla linea della fermezza pubblicata sull’Unità (deviazione che stava peraltro quasi tutta negli occhi di chi leggeva), sostenendo che l’abbandono del pensiero che fu di Berlinguer fosse del tutto in linea con il nuovo corso pacifista dell’Unità. La considerazione è sballata perché in realtà è vero l’esatto contrario: il pacifismo sostenuto di recente dall’Unità è esattamente quello di chi non vuole che si violi nessuna regola – foss’anche inadeguata e superata dai fatti – nemmeno per salvare delle persone in presente pericolo di vita. È il pacifismo della fermezza, anelastico a qualsiasi fattispecie straordinaria, che rischia di buttar via il bambino con l’acqua sporca.

La cosa più generale, invece, è che c’è un legame rilevantissimo e probabilmente inevitabile tra il sostenere l’indiscutibilità delle regole quando in ballo ci sono delle persone e invece disporsi a cambiare le regole quando in ballo ci sono “le istituzioni”, e allora anche a costo di sacrificare delle persone. Chi non avrebbe modificato le consuetudini internazionali per salvare la gente di Sarajevo e meno che mai perché Saddam smettesse di ammazzare gli iracheni (non parlo di altre ragioni contro l’intervento, che ho invece condiviso), sono gli stessi che scelsero di modificare leggi, regole consuetudini quando l’attacco era “al cuore dello Stato”. A costo di lasciare gente in galera fino a oggi, di rischiare il suicidio di persone detenute in carcere preventivo, di avallare una cosa disumana come il 41 bis. Sia chiaro che qui non metto in discussione l’efficacia di nessuna di queste misure emergenziali, e non sto nemmeno parlando della loro corretezza morale. Sto solo mettendo in relazione la disponibilità a violare le regole quando si tratta di difendere le istituzioni – e quel che ci rappresentano, ovviamente – con l’indisponibilità a discuterle quando si tratti di difendere le persone.

È di metodo anche il pensiero che mi è venuto assistendo al ripetersi delle contese sul Sessantotto: la storiografia conosce da molto il problema della sovrapposizione tra la memoria e la storia. Fino a che la storia del Sessantotto – nei libri, al cinema, nei dibattiti di Gad Lerner, sui giornali – la vorranno fare quelli che c’erano, qualsiasi cosa stessero facendo, non ne verrà niente di chiaro. Il ricordo personale e parziale offusca l’obiettività. I testimoni non possono fare gli storici: facciano i testimoni e venga qualcun altro a capire com’è andata (e dico qualcun altro: non il dotto ma coetaneo professor Galli della Loggia).

E allo stesso modo: solo un’equivalente confusione tra critica competente e fastidio personale può spiegare la caduta di stile con cui il professor Grasso ha finto – à la Fede – di non ricordare il nome del più celebre autore di vacue scemenze tra tutti noi collaboratori del Foglio, definendolodomenica “un giovane efebo di cui mi è sfuggito il nome”. È un rubrichista prirla, ma è il nostro rubrichista pirla.

Infine ho letto che lì da voi è piaciuto il libro di Edmondo Berselli. A me no, ma non importa (affastellamento di aneddotica e abuso delle relazioni di causa ed effetto, scrittura saccente e sprezzante, “giudica e manda secondo ch’avvinghia”). Quello che mi sembra divertente è che “Post Italiani” adotta lo stesso metodo su cui ironizza: è un libro che parla del Foglio e della sua inclinazione al gossip e al farsi notare presso un monde e un demimonde particolari, e che segue esattamente la stessa strategia. È un libro – come la tendenza del Foglio a cui si riferisce lungamente – ammicante e allusivo, incomprensibile in gran parte a chi non abbia relazioni personali con I personaggi citati. È un libro da Indice dei nomi: di quelli dove tutti vanno a controllare se sono citati loro e chi altro. È un libro che fa esattamente ciò che prende in giro: pettegolezzo dotto e informato, mescolando alto e basso (la pretesa di ritrarre l’Italia di oggi è un alibi che sarà presto smentito dalla caducità di tutto il racconto). E la cui storia culmina nel corto circuito finale: è un libro che parla molto del Foglio e del suo modo di innalzare gli argomenti più vari all’attenzione di monde e demimonde, e il Foglio, con le sue ragioni, lo innalza. Oplà, e cari saluti.

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