Il matrimonio del mio miglior amico

Al Direttore
Qualcosa mi dice che nella distanza che sento con la sua posizione sul matrimonio gay – spiegata nell’editoriale del Foglio di ieri – ci sia qualcosa della stessa distanza che provai dal suo pensiero sulla fecondazione assistita, qualche tempo fa. Qualcosa che ha a che fare con una maggiore o minore disponibilità al cambiamento, laddove il contraccolpo si limiti al cambiamento stesso. Può darsi quindi che bastino i pochi anni che mi separano dal raggiungerla, a spostarmi sulle sue sagge posizioni. Ma anche qualcosa che ha a che fare con un maggiore o minore fastidio per la pretesa di una minoranza di intervenire sulle convenzioni storiche per ottenere ciò di cui la maggioranza ha invece sempre goduto. Fastidio da cui la maggioranza dovrebbe guardarsi bene bene.

Ma resto sul merito di oggi.
Se ho capito bene, lei sostiene che il matrimonio sia storicamente una cosa tra un uomo e una donna. E sostiene che due omosessuali abbiano diritto a tutto ciò che il matrimonio consente agli eterosessuali, ma non all’uso della stessa parola, che ne sarebbe distorta. Non solo nel suo significato linguistico immediato, ma in quello tradizionale, che ha a che fare con la procreazione.
Obiezione numero uno, spiccia: e qual è il problema? Le cose cambiano. E gli esempi felici di tradizioni storiche e linguistiche lentamente sovvertite non mancano. Lei dirà, ancora: si comincia così e poi chissà dove si va a finire. Beh, vedremo, dico io: di questo argmento mi colpisce sempre la contraddizione tra la combattività nelle cose presenti e il timore di non saperle controllare in futuro.
Obiezione numero due, formale: e che dire del matrimonio tra due persone biologicamente impossibilitate ad avere dei figli? Non distorce ugualmente il significato procreatorio? Lei dirà: possono sempre adottare dei figli. E io dirò, anche due omosessuali, quando il pregiudizio e l’esclusione creati anche da barriere come quella al matrimonio faranno sì che una simile scelta non metta a rischio una persona irresponsabile della scelta, il bambino.
E in ogni caso, se immaginiamo – capita – una coppia che sia decisa a non avere figli, la contraddizione rimane. Ma nessuno penserebbe di strappar loro un impegno, in cambio di un matrimonio che si chiami matrimonio.
Obiezione numero tre, egalitaria: al mondo esistono uomini e donne che possono sposare la persona che amano, con tutto ciò che questo implica per la loro vita e il suo valore. Ed esistono uomini e donne che non possono farlo, perché la legge glielo impedisce solo in virtù della persona che hanno scelto. Se non dà sufficientemente il senso di una discriminazione, la metto così: tutte le volte che la vita mi porterà a riflettere se voglio vivere con una persona che ho incontrato, saprò che se decido di sì e questa persona è una donna potrò godere di tutto il repertorio emotivo e sociale che la tradizione e le convenzioni offrono. Se è un uomo no.
Obiezione numero quattro, genere Sullivan: la posizione misurata che lei esprime – “io voglio che le coppie gay godano di ogni diritto e beneficio, ma all’interno di una posizione equiparabile che non si chiami matrimonio” – rischia però di diventare un cliché distante dalla realtà. Non è di soli “diritti” e “benefici pratici” che si parla. Quello che chiedono la tremila persone sposate a San Francisco, e quello che ottengono parecchi milioni di persone eterosessuali nel mondo è di “essersi sposati”, è una cerimonia, un bacio davanti al sindaco, una festa di nozze, e una vita in cui sarano “sposati”. Diranno “mio marito”, o “mia moglie”, e ognuna di queste piccole fesserie avrà per loro – come lo ha per tutti – un significato molto più grande del concorrere con pari diritti all’assegnazione di una casa popolare.
Obiezione numero cinque, linguistica: se si consente alle coppie omosessuali di godere di tutte le implicazioni di un matrimonio, cerimonia compresa, cosa resta di diverso, se non l’uso della parola? Le parole sono importanti, certo: ma devo capire che lei non avrebbe quindi niente in contrario a quello che sta succedendo a San Francisco, se solo non comparisse l’espressione matrimonio in nessuno degli atti ufficiali? Le dico che non condivido la rilevanza di un simile punto, e credo che poi tutti a casa loro lo chiamerebbero legittimamente matrimonio, ma credo che su questo le persone coinvolte possano trattare, se lei e il presidente Bush ci tenete.
Obiezione numero sei, conciliante: a questo punto però non si capisce perché i codici e gli atti pubblici debbano mantenere traccia di una differenza linguistica divenuta – e lei mi pare d’accordo – insignificante sul piano legale e istituzionale. L’affetto per una parola cara rischia di tramutarla nel segnaposto di una discriminazione superata. E quindi giustizia vorrebbe che fosse cancellata, prezzo salato quanto la proibizione per alcuni di usarla. Non è meglio usarla tutti? Le cose cambiano.

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