Wired è un mensile americano di tecnologia e modernità, bibbia del cool e della curiosità per il mondo che sarà. Nell’ultimo numero però, tornava a riflettere su un fenomeno già avviato, con chiari precedenti, e su cui sembrava fosse stato già detto tutto: se l’industria del cinema, scrive Wired, non inventa rapidamente un modello di business che faccia i conti e approfitti della diffusione dei film su internet, la sua strada è segnata e la sua catastrofe potrebbe essere più drammatica e accelerata di quella che si è mostrata all’orizzonte del mercato discografico, e a cui questo sta cercando di sfuggire.
Perché Wired nel 2008 torna a dire una cosa che pare vecchia, in un mondo che conosce ormai da anni la pubblicazione in rete di copie pirata di qualunque film in uscita, nella maggior parte dei casi con un’ottima qualità? Perché è impressionante la cieca goffaggine con cui il business cinematografico sta ignorando il precedente musicale. Perché l’incapacità di costruire un servizio di vendita online efficace e l’inclinazione a combattere le nuove tecnologie attraverso le cause legali piuttosto che servirsene, sono gli atteggiamenti che fecero perdere all’industria discografica anni preziosi prima di cominciare a costruire un salvagente attraverso iTunes, e forse troppo tardi. E con i film, si sta ripetendo la stessa storia malgrado mille allarmi: a Hollywood non ci vogliono credere, che i tempi siano cambiati. Non sanno accettarlo. Costringono gli ospiti delle anteprime a farsi sequestrare i telefonini temendo che poi diffondano mediocri riprese del film fatte con quelli, e intanto online ci sono già copie ottime delle pellicole: l’ultimo con Denzel Washington, l’ultimo con Al Pacino, l’ultimo con George Clooney. E quelli pensano a mantenersi piscine e jet privati a forza di spot antipirateria.
Vanity Fair