La settimana scorsa Giovanni Lindo Ferretti è venuto a Condor, il programma che facciamo su RadioDue insieme a Matteo Bordone. Ha scritto un libro che si chiama “Bella gente d’Appennino”, che è una bella autobiografia per episodi e pensieri, ma noi abbiamo abusato della sua disponibilità per portarlo sul suo passato di musicista di cui da qualche anno parla poco, e gli abbiamo chiesto come lo viva. “Se penso alla mia storia provo un grande affetto, mi sento un po’ coglione, avrei voluto essere un po’ più intelligente, ma ringrazio Dio per quello che sono. È una gran bella storia, ho fatto un sacco di cose sciocche, ma è la mia vita”. Dai, abbiamo insistito, l’hai scritto anche nel libro che la musica è una cosa straordinaria. “Io non capisco niente di musica: è come se mi avesse preso e mi avesse detto fai questo. Quando sono sul palco con tutte le mie incapacità e ignoranze, mi rendo conto che ho comunque una capacità di attrarre lo sguardo e ci sono alcuni momenti della mia vita che mi hanno dato motivo di riflessione, come quella volta che cantai davanti a degli Zulu”. E a quel punto Lindo Ferretti ha cantato, a Condor, ed è stato tipo Lazzaro che si alzava e camminava, per noialtri atei fans dei CCCP e dei CSI. E poi ci ha raccontato di Tancredi, il suo cavallo che adorava e che non c’è più, e del suo rapporto con i cavalli, che occupa un capitolo del libro: e ha raccontato che “se non avessi potuto far conto sui cavalli la mia vita sarebbe già finita perché sarei riuscito ad autodistruggermi in maniera clamorosa”. Non abbiamo parlato di Ratzinger, dell’aborto, né del Foglio: ma nel libro ci sono, per chi ama il genere.