Ci scusiamo per l’interruzione

Il fastidio per gli ospiti dei talkshow televisivi che interrompono i loro interlocutori è cosa diffusa, vecchia, espressa spesso e condivisibile. Ne abbiamo già parlato anche qui. La libertà di interruzione, di commento, di parlarsi sopra, è uno dei fattori che rendono pasticciati e cacofonici i dibattiti in tv, e che limitano la possibilità che argomenti intelligenti e approfonditi emergano. L’ultimo a lamentarsene è stato di nuovo Michele Serra, su Repubblica poco prima di Natale: “nei talk-show televisivi si perde quasi la metà delle parole pronunciate, e l’effetto è quello di un’esecuzione orchestrale sciatta, mediocre e senza rispetto per il pubblico”. Ed è vero. Però continuare a ripeterlo non aiuta, se non si prendono in considerazione due elementi. Il primo è che il divieto di interrompere è sciocco e controproducente quanto la libertà di interrompere: ci sono ospiti che costruiscono ragionamenti e accuse su una premessa falsa, e deve essere lecito mettere in discussione quella premessa prima che gli spettatori vengano sottoposti a un cumulo di scemenze fondate sul niente. Se dici una cosa che non è vera e poi pretendi di trarne conseguenze, io interrompo e ti chiedo di darne conto subito. Il secondo elemento è che la gestione del dibattito dovrebbe essere regolata dal conduttore, arbitro di ciò che fa crescere una discussione di cosa invece la abbatta. Ma il conduttore sa benissimo che la maggioranza degli spettatori (spesso gli stessi che protestano) vuole il litigio, se lo gode, e cambia canale se tutto assume toni pacati e ognuno parla a turno. E i conduttori disposti a fare pedagogia sono pochi, quelli che cercano la demagogia molti.