La prima proposta è l’archiviazione del termine “tormentoni”: una volta fu una originale invenzione per definire esattamente quelle cose (canzoni soprattutto, ma non solo) che per un periodo ci entravano in testa stabilmente in seguito a un martellamento mediatico o di passaparola. Adesso “tormentone” è diventato un cliché abusato per qualunque volatile finta notizia, come “fenomeno”, o “tendenza”.
Tanto che ce ne sono stati pochi, in questi dieci anni, di veri tormentoni. Il numero uno, per ragioni di gloria nazionale, sia “Seven Nation Army” dei White Stripes, ovvero “poropoppoppòro”, assurto a gloria eterna ai mondiali del 2006. Poi c’è il tormentone per antonomasia, l’ultima spensieratezza prima dell’11 settembre del 2001, “Sole cuore amore” (“Tre parole”, ufficialmente) di Valeria Rossi (l’anno prima c’era stata la sfinente “Depende”: erano ancora tempi di distinguo). Altrettanto sparite senza rammarico: Las Ketchup, quelle di Asserejé, 2002. Di “Chiuahua” non voglio nemmeno parlare: questa rubrica ha un carico di veli pietosi. “Bruci la città”: vale tormentone? Forse no: un tormentone deve alla fine tormentare, diventare ossessivo (quella fu solo una bella canzone di grande successo) come fece “I bambini fanno oh”, 2004. I bambini a un certo punto cominciarono a fare “ooò” con tutt’altra intonazione: tipo “e mollaci!”. Ma ripeto: “Vamos a la plaja” e “Supercafone” avevano tutt’altra potenza letale. Forse il mondo, dopo un presidente USA nero, merita la fine dei tormentoni.