In una conversazione vacanziera, un mio amico si rammaricava annoiato di non aver vissuto la stessa eccitazione post-sportiva che aveva vissuto dopo le olimpiadi, anche dopo i mondiali di calcio. A primavera, dopo Torino, e quegli spettacoli, e quelle storie, e quelle sorprese, aveva continuato a cercare sui canali televisivi eventi sportivi che soddisfacessero la sua crisi d’astinenza da emozioni agonistiche e letterarie. Mentre dopo i mondiali, niente. Spariti come una bolla di sapone; le rare emozioni affossate dal Circo Massimo e dalla mancanza di corrispondenti storie e meraviglie.
Normale, direte voi: il calcio è formidabile e avvincente – anche in questi mondiali così così – ma le emozioni sono generate soprattutto dall’attesa. Dall’attesa che accada qualcosa, che poi spesso non accade: ma quando accade ci fa impazzire. Lo dimostra quanto sia diventato appassionante l’unico momento eccentrico e romanzesco, la testata di Zidane. Le olimpiadi invernali invece sono state un racconto, mille racconti, in cui ogni pagina era inattesa.
La mattina dopo quella conversazione, ho pigramente acceso la tv: c’era una gara di nuoto di 5 chilometri sul lago Balaton, in Ungheria, tra una ventina di ragazze. In gruppo, l’una addosso all’altra sollevavano bracciate sullo sfondo dei colli magiari, per minuti e minuti e minuti. Bellissime. Non avevo idea che facessero gare ufficiali così lunghe in acque aperte (ho scoperto che ne fanno anche 25, di chilometri), salvo i matti che attraversano la Manica, quelle cose lì. Ho chiamato il mio amico: era davanti al televisore.
Vanity Fair
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