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Alcuni anni fa all’interno delle redazioni si estese un dibattito sulla riduzione degli inviati all’estero, nei giornali e in tv. La maggiore accessibilità delle notizie, soprattutto grazie a internet, incentivò la naturale inclinazione degli editori a tagliare le spese anche a costo di ridurre la qualità dei contenuti, e ci furono critiche e polemiche sensate, mescolate a comprensibii preoccupazioni corporative. Il timore – oltre a quello di perdere il posto, o l’aperitivo – era che la produzione di articoli e servizi su un luogo del pianeta risentisse del fatto che l’estensore dei suddetti articoli e servizi non fosse in quel luogo, e soprattutto che la sua preparazione diventasse troppo estemporanea e superficiale: chi scrive del boom del cinema a Bombay da una redazione, un’ora dopo sta preparando un altro articolo sul calo demografico in Irlanda.

Da allora, diversi inviati sono stati richiamati e qualche sede estera tagliata. Di solito si tengono quelle più di rappresentanza, e più costose: questo malgrado le informazioni su quel che accade a New York siano ormai a portata di un click, mentre se scoppia una ribellione in Birmania o una guerra in Ciad da quelle parti non c’è quasi nessuno preparato.

L’inviato non è sostituibile nei luoghi che conosciamo meno, quelli meno trasparenti, e nelle occasioni straordinarie. Però bisogna anche ammetere che ormai lo è del tutto – sostituibile – quando sta a caro prezzo nelle maggiori capitali occidentali, da dove si fa vivo al telegiornale per farsi vedere sullo sfondo del solito autobus rosso a due piani e raccontare quello che ha letto sui giornali del mattino: li hanno letti su internet anche i suoi colleghi in redazione a Roma, e un numero crescente dei suoi spettatori/ascoltatori/lettori. Che finiscono per concentrarsi sull’autobus rosso, o sulla maldestra acconciatura dell’inviato.

Vanity Fair