Sulla scuola

Seguo il dibattito sui diritti presunti della scuola privata da molto tempo, con una duttile opinione che niente ha ancora scalfito. La mia duttile opinione dice che ci sono ottime scuole private in cui ottimi insegnanti educano ottimi studenti che ne escono ottime persone. Cosa di cui essere lieti, nei casi in cui avviene: ma non da celebrare come grande conquista della scuola privata, che conosce anche casi di mediocri scuole con mediocri insegnanti che insegnano a mediocri studenti, o che li rendono tali. È insomma, per la comunità, un’impresa privata che offre un’alternativa a un servizio delicato e importante, che è tenuta a soddisfare.

Poi c’è la scuola pubblica, che offre lo stesso servizio a partire da un’idea di responsabilità pubblica di un paese nei confronti dell’educazione e della crescita dei propri cittadini. Non a partire da un’idea di supplenza a favore di coloro che non si possano permettere educazioni più costose. La differenza è rilevantissima. La scuola, per l’Italia e per la sua Costituzione è un impegno, un progetto e una necessità sociale: esaurienti e soddisfacenti. Lo sono stati per molto tempo, non è un’utopia irrealizzabile.

Nei casi in cui non lo siano, questo è molto grave e lo si deve affrontare rendendoli esaurienti e soddisfacenti con le iniziative e gli investimenti necessari. Consentendo in ogni caso a chi non li ritenga soddisfacenti ed esaurienti di scegliere servizi scolastici alternativi riconosciuti dallo Stato, a partire dall’idea dell’obbligo scolastico. Quali siano i criteri su cui una famiglia ritenga non soddisfacente l’insegnamento pubblico e ne scelga un altro non è affare dello Stato, che si limita a legittimare le scuole che rispondono a degli standard educativi sufficienti e offre libertà di scelta a tutti.

Fine della questione. Nessun finanziamento della scuola privata ha senso dentro questa lettura: meno che mai quando sottragga fondi al soddisfacente funzionamento della scuola pubblica. Sarebbe piuttosto sciocco sostenere che la scuola privata ha bisogno di soldi per poter supplire alle mancanze della scuola pubblica, mancanze derivate dalla scarsità di soldi.
Quanto alla tesi “ideologica”, quella che chiede rispetto per un differente insegnamento, non ha niente a che fare con i finanziamenti: il rispetto c’è, e si concretizza nella libertà di praticare differenti insegnamenti e nel loro riconoscimento ed equiparazione. Ma sostenerlo economicamente equivale al riconoscimento da parte dello stato che la propria offerta educativa non sia soddisfacente per definizione. Mentre per definizione e Costituzione lo è, e ogni sforzo deve essere dedicato a questo.

Seguo il dibattito sui diritti presunti della scuola privata da molto tempo, e non ho mai letto una parola che abbia indebolito la mia duttile opinione.

Altre cose:

74 commenti su “Sulla scuola

  1. Effe

    Corretto.
    C’è poi una considerazione piuttosto risibile che viene utilizzata a sostegno del finanziamento alla scuola privata, ossia che il cittadino che manda i propri figli a studiare presso un istituto privato, nel contempo paga le tasse per un servizio (l’istruzione pubblica) di cui non usufruisce, ed è quindi giusto che venga predisposta una sorta di rimborso (in guisa di finanziamento, buoni pasto ecc).
    Persino molti sostenitori della scuola pubblica vacillano di fronte a questa argomentazione.
    Ma sarebbe come se una persona sana protestasse perché parte delle sue tasse vengono impiegate per far funzionare gli ospedali pubblici (altri esempi a piacere).
    Lo Stato deve garantire istruzione, assistenza sanitaria e quant’altro a tutti, e per farlo deve ricevere il contributo di tutti, non solo dall’utilizzatore finale (oddio, questa mi è proprio scappata)

  2. Maya

    Concordo. La puntata di Report sulle scuole private poi faceva emergere chiaramente come non si possano considerare “pari” alle pubbliche, perché i finanziamenti sono dati a pioggia e non per merito o reddito, e perché le private possono decidere arbitrariamente chi iscrivere e chi no (arbitri che poco hanno a che fare con il diritto allo studio).

  3. mico

    Ho messo in delicious la tua duttile opinione che è anche la mia duttile opinione. Se c’è da duttilmente manifestare pubblicamente questa opinione, sono sempre pronto at a moment’s notice e altrettanto spero di voi.

  4. dan

    A livello teorico si potrebbe argomentare questo: lo stato, nel campo dell’istruzione, ha una doppia funzione, quella di finanziatore e quella di gestore del servizio. Potrebbe dunque in teoria finanziare a tutti (gestori pubblici e privati) la quota per studente considerata corretta per coprire i costi di un servizio adeguato. Poi, come gestore, utilizzare quei fondi per offrire il servizio gratuitamente. Se però qualcuno ha esigenze educative differenti (purchè riconosciute dallo stato), libero di aggiungere alla quota finanziata dallo stato altre risorse per coprire eventuali costi aggiuntivi e il profitto del gestore privato (che potrebbe magari in alcuni casi, come ad esempio nell’educazione religiosa, essere assente). Altrimenti sarebbe come dire che lo stato garantisce l’istruzione a tutti, purchè accettino gli standard educativi decisi dal governo. Mi rendo conto che il ragionamento cozza con troppe problematiche pratiche che lo renderebbero impraticabile, ma a livello puramente teorico secondo me fila.

  5. pinosp

    posizione limpida, esemplare, pienamente in linea con la Costituzione. ricordo sempre un piccolo episodio. agli inizi degli anni 60 ero nella scuola media di un seminario. ci fu un incontro pubblico con un sottosegretario alla pubblica istruzione, e mio padre, un semplice muratore, gli pose il problema del perchè lui non dovevfa essere aiutato economicamente dallo stato sol perchè suo figlio aveva voluto andare nella scuola del seminario. il sottosegretario gli rispose che questo voleva la Costituzione e che lo stato non gli impediva alcuna scelta… era un dc cattolicissimo… altri tempi…

  6. IcoFeder

    Sono d’accordo sulla centralità della scuola pubblica e sono molto preoccupato per il suo futuro; però si potrebbe fare il ragionamento che se un anno di scuola pubblica costa 100 Lire per alunno, allora magari gli si possono dare 50 Lire perché vada alla privata, avendone comunque un risparmio…
    Non ci sono dati in proposito?

  7. Ryoga

    Sono a dire il vero della stessa idea di dan, e non parlo certo da cattolico.

    Se i fondi fossero distribuiti con criteri come qualita’ dell’insegnamento e numero di studenti, non vedrei nessun problema a includere nella spartizione qualunque istituto, privato o pubblico, purche’ rispetti gli standard e i programmi richiesti.
    Le famiglie potranno poi scegliere tra una scuola gratuita (pubblica o privata che sia) o da una che richieda un’integrazione in cambio di migliori servizi.

    Se poi la scuola pubblica si vede ridurre i propri fondi perche’ la privata attira piu’ studenti, qual e’ il problema?

    Certo che se, invece, i fondi vengono divisi in base ad altri criteri come avviene solitamente in Italia e un qualche istituto Salesiano con 500 studenti riceve il doppio dei fondi di una scuola pubblica con 1000 le cose, ovviamente, non vanno piu’ bene.

  8. andrea c.

    @IcoFeder
    L’idea non è nuova, ma si traccia in una linea leggermente diversa: da una parte il finanziamento tout court al sistema scolastico privato, al fine di accrescere comunque l’offerta formativa di un dato territorio, dall’altra il un finanziamento dato, di fatto, alle famiglie, attraverso modalità indicate da leggi o regolamenti (normalmente degli enti locali). Esempio classico gli asili nido: sul presupposto che la domanda di posti per i nidi cresce più di quanto non sia l’offerta dei nidi comunali/statali, piuttosto che investire nell’immediato sulla costruzione di nuovi asili (investimento fisso) e assunzione di nuovo personale (investimento teoricamente variabile, ma su cui si aprirebbe un’ulteriore disputa) si preferisce individuare strutture private esistenti, rispondenti ai requisiti previsti dal pubblico e riservare posti per graduatorie comunali/statali. In questo caso la scuola privata ha un finanziamento pubblico che in realtà ha come beneficiario finale la famiglia.
    Es. retta mensile (di solito elevatissima) 450 Euro. La famiglia paga un importo mensile in conformità al censo e alle tabelle es. 150 Euro.
    Il Comune corrisponde alla scuola i restanti 300, ovvero di meno se può imporre una convenzione diversa (e lì si aprono i giochi con i vari Consip, Regione etc.).
    Questo esempio mi pare si collochi in una zona grigia rispetto alla presa di duttile posizione del nostro Luca, ma attendo qualche commento.

  9. jamesnach

    Condivido quanto dice Sofri.
    Aggiungo un paio di considerazioni.
    Non so dalle vostre parti, ma dalle mie parti, provincia di Milano, scuola privata è sinonimo di scuola per gente che non ce la fa nella scuola pubblica (tipicamente perchè non studia molto) e che per prendere il pezzo di carta deve andare alla privata, decisamente meno selettiva (eufemismo)
    Di esempi concreti, ex compagni di classe ed amici, ne avrei a bizzeffe.
    Avrei anche esempi di amici e amiche che sono andati ad insegnare nelle private e potrebbero raccontare qual è il diktat medio: questi pagano, per cui vanno promossi.
    Non bastasse, la peggiore qualità della scuola privata italiana è attestata dai test PISA, lo standard a livello internazionale (http://www.lavoce.info/articoli/-questiontime/pagina1002184.html).
    Per cui: sarà anche vero che “ci sono ottime scuole private in cui ottimi insegnanti educano ottimi studenti”, ma è l’eccezione, non la regola.
    Anzi.

  10. Wizardo

    concordo con ogni parola di luca.
    aggiungerei anche che:

    1. il più delle volte finanziare scuole private (anche se eccellenti) implica finanziare famigie mediamente più ricche e quindi si tratta di trasferimenti regressivi (in altre parole le imposte pagate dal muratore vanno a finanziare l’istruzione del figlio del notaio).

    2. scopo della scuola pubblica è dare uguale possibilità di successo nella vita ai suoi cittadini, indipendentemente dal censo o dal background culturale familiare. in altre parole, aumentando la mobilità sociale (che in questo paese èparticolarmnete bassa).
    ciò ha delle implicazioni non solo in termini di equità distributiva, ma anche di efficiente allocazione delle risorse umane nella società.

    3. finanziare istituzioni che discriminano gli accessi sulla base del credo religioso o di censo (così è in moltissimi casi) è incostituzionale.

    4. in italia si tratta di un finanziamento surrettizio alla chiesa cattolica, già ampiamente foraggiata dalle nostre tasse in mille modi diversi, senza che vi sia nessuna rendicontazione su come le risorse vengono spese.

  11. lino68

    L’idea che lo stato sia responsabile dell’educazione e della crescita dei cittadini non mi trova d’accordo e mi sembra illiberale. la conseguenza è che lo Stato è considerato come “il bene” che educa per “il bene” i prori cittadini. Ma sappiamo bene che lo Stato non è il bene. Non solo quando è assolutista. Poniamo per ipotesi che lo stato italiano diventasse uno stato confessionale cattolico o islamico, e che quindi le scuole statali “inculcassero” (::)) i principi della religione. Preferireste avere un alternativa o no? Io credo che la pluralità di offerta sia sempre da preferire ad una unica offerta, è il principio della concorrenza. Se poi allo stato mantenere uno studente in una scuola privata o in una statale è indifferente come costo non vedo perchè non dovrebeb farlo. Non vedo perchè solo i ricchi possano scegliere, mentre i meno ricchi siano costretti ad una non scelta.

  12. george kaplan

    Ho frequentato: l’asilo privato, le scuole elementari private, le scuole medie private ed il liceo privato. Poi Università pubblica. Idem mia sorella, che però non ha frequentato l’Università.
    Sono di famiglia ricca? Ma per favore, i miei (e quindi anche io), siamo stati in affitto fino a due anni fa.
    Abitiamo in periferia.
    Mia madre e mio padre hanno rinunciato a comprarsi una casa dal 1984 al 2001 per finanziare i nostri studi.
    Sono stato in classe con figli di avvocati, dottori, commercialisti (molti), industriali, e ricconi vari.
    In Italia non ci sono borse di studio, e quindi mia madre per almeno 15anni non ha visto la luce della pausa pranzo: uno straordinario lungo 15anni per permettermi di frequentare la scuola pubblica.
    E questo perché?
    Sono forse cattolici? Sì, lo sono. Ma a questa versione non ci ho creduto tanto.
    La verità è che volevano per noi “il massimo”, quello che non avevano potuto avere loro. Mia madre voleva fare l’Università, ma non c’erano i soldi (e sto parlando degli anni ’70, non degli anni ’40).
    Io mi vergogno un po’ per tutto questo.
    Ma sono fiero dei miei genitori.
    Sono fiero che siano i miei genitori, anche se va da sè, io magari la penso in maniera differente da loro, e magari farò scelte diverse da loro.
    Ne è valsa la pena?
    Tutti questi sacrifici sono stati ripagati?
    Io me lo auguro. Per conto mio ce l’ho messa tutta (al Liceo e all’inizio dell’Università magari no).
    Questo bel racconto termina così:
    1) dal 1984 al 1999 (anno mia maturità) ho sempre sentito lo sguardo sprezzante di chi sapeva che non ero ricco abbastanza;
    2) Invece i ragazzi del mio quartiere mi consideravano un privilegiato.
    Ero un po’ tra l’incudine ed il martello, questo succede quando si creano ambienti troppo elitario.
    3) ma è giusto che un genitore povero debba fare 15 anni di lavori forzati per mandare il figlio alla scuola privata?

  13. ro55ma

    Il principio sollevato dalla duttile opinione di Sofri è, in linea di principio, perfetto; ma come ricorda @andrea, le vie della duttilità sono infinite. Non so se ci sono Paesi in Ue, in USA-Canada o in Giappone dove la scuola privata non sia diventata nel tempo un pezzo importante (o lo sia rimasta) e dove, anche solo per la questione del valore legale del titolo di studio (che per un verso esercita la sua funzione nella “scala scolastica”) non sia diventata una delle soluzioni per cercare di gestire istruzione di massa – analfabetismo di ritorno e occupabilità.
    Dopo di chè, nel dibattito italiano, tutto sbilanciato sui pre-giudizi religiosi (pro o contro che siano) si elimina tutto il resto del problema: garantire a tutti l’accesso all’istruzione non “omologarne” il risultato, differenziare e condividere fra pubblico e privato per scelta razionale, civile e di efficienza, non di spartizione ideologica e legare il sistema istruzione a quello della ricerca e a quello della produzione.
    Tutte cose fuori dalla discussione (credo anche di Sofri) e che invece, dappertutto, si collegano e si sostengono – nella testa del decisore – per raggiungere gli obiettivi per la collettività.

  14. pizzeriaitalia

    Mi unisco al peana di condivisione del post ponendo un paio di spunti:
    come si può pretendere che scuola pubblica e privata vengano considerate per quel che dovrebbero essere (un cardine sociale ed una possibile alternativa) da gente tanto incapace da avere la sfrontatezza di proporsi come scorciatoia a loro stessi?

    M sulla stessa base teorica… ad esempio, dato lo stato comatoso della giustizia, dico, si potrebbe pensare ad una “giustizia privata”? Come? C’è gia? Ah…

  15. jamesnach

    @ “ma è giusto che un genitore povero debba fare 15 anni di lavori forzati per mandare il figlio alla scuola privata?”

    Con tutto il rispetto, sì.
    E’ una sua scelta, dettata (nella stragrande maggioranza dei casi) da motivi religiosi, e non vedo perchè la collettività, in uno stato laico, dovrebbe farsene carico.
    Si tratta per di più di una scelta che, numeri alla mano, è più costosa e produce risultati peggiori.
    Per cui, non vedo davvero nessun motivo per cui lo Stato dovrebbe farsene carico.

  16. RicPol

    Mah, non saprei… un ragionamento molto compatto (altro che “duttile idea”), ma vagamente circolare… difficile non essere d’accordo, se la metti giù così.
    Eppure gli Stati finanziano regolarmente imprese private che fanno cultura, in moltissimi campi, in percentuali più o meno alte. E parallelamente gli Stati fanno cultura anche per conto proprio, ci mancherebbe.
    Ora, da un punto di vista puramente logico, perché mai proprio nel campo della scuola questo principio improvvisamente non deve più valere? O si afferma che lo stato dovrebbe nazionalizzare la produzione culturale del paese, tout-court?
    Luca, sia chiaro: anche io penso che, di fatto, la scuola privata sia fin troppo foraggiata in confronto a quanto poco si fa per la scuola pubblica.
    Ma trovo che affermazioni come “nessun finanziamento della scuola privata ha senso” sappiano tanto di dogmatismo statalista… non so se questo basta a indebolire la tua duttile opinione, ma a me una pulce nell’orecchio la mette.

  17. IcoFeder

    @george kaplan
    non riesco ad immaginare cosa possa darti in più la scuola privata di quella pubblica, puoi spiegarmelo? Perché sinceramente ho sempre pensato che fosse solo una scelta elitaria, ne più ne meno dello yacht o della Bentley….

  18. Raffaele Birlini

    Le ragioni che giustificano il finanziamento alle scuole private sono molto semplici.

    1 – Ragione economica.

    Ogni studente che va alla privata comporta un risparmio per la pubblica. Così come un mancato introito è una perdita, allo stesso modo un risparmio di spesa è un profitto.

    I soldi, almeno qui in Lombardia, vanno alla famiglia, sotto forma di sconto sulla retta dovuta che non è nemmeno uguale per tutti, ma viene calcolato in base al reddito, e se guadagni bene (non se sei ricco, se guadagni bene, come un qualsiasi artigiano o professionista) lo Stato non ti dà una lira.

    2 – Ragione politica.

    Se tu non finanzi la scuola privata ottieni un effetto che, specialmente ai comunisti che considerano dannosa a prescindere qualsiasi soluzione che offra il fianco ad accuse di sospetta discriminazione, dovrebbe fare accapponare la pelle: ovvero una scuola d’elite che esclude l’accesso ai meno abbienti.

    Quindi è del tutto errata l’idea che lo Stato stia dando, o peggio regalando, dei soldi ai privati – nel caso specifico a dei privati capitalisti di destra e cattolici bacchettoni pedofili, il mix che nell’immaginario del moderno comunista estremista militante equivale a scuola privata – quando potrebbe benissimo farne a meno e usare quel denaro per altri scopi.

  19. Luca

    lino68: il tuo “poniamo il caso” mi ricorda certe obiezioni polemiche di mio figlio che di solito culminano in “e se in quel momento cade un meteorite e la terra esplode?”. Il caso non si pone, insomma: se si porrà, affronteremo diversamente il contesto, non essendo noi dogmatici. Il mio ragionamento si applica all’Italia corrente.
    RicPol: quello che tu chiamo dogmatismo statalista è ai miei occhi il ruolo di uno stato nella costruzione di un presente e un futuro soddisfacente per sé e per i suoi cittadini, ruolo di cui i cittadini lo hanno investito, almeno fino a che per referendum non ne rivedano la funzione.

  20. notizie

    La scuola privata è un vestigio radical chic… chi pensa che i soldi diano anche un miglior livello culturale si sbaglia, e di grosso…

    Il problema sono i soldi, come sempre… con maggiori fondi alla scuola pubblica le scuole private sarebbero veramente una scelta per i più facoltosi, che potrebbero ostentare i propri figli come ulteriori status symbol senza creare nessun tipo di invidia…

    Magari con un reality si riesce ad attirare un po’ di attenzione sui veri problemi della scuola:
    http://notiziedelfuturo.blogspot.com/2011/03/un-nuovo-reality-la-squola.html

  21. svagel

    “Seguo il dibattito sui diritti presunti della scuola privata…”
    Il mio disaccordo nasce anzitutto da questa premessa per due motivi:
    1) non si tratta di diritti presunti della scuola privata, ma di diritto/dovere dei genitori di educare i propri figli secondo le proprie idee/convinzioni/valori e di dovere dello Stato di garantire questa libertà di educazione e garantire il fatto che i genitori adempiano il loro dovere nei confronti dei figli (indi supplire SOLO in casi problematici)
    2) bisognerebbe iniziare a parlare più correttamente di scuola pubblica statale e scuola pubblica non statale paritaria: ossia la seconda è una scuola che garantisce l’insegnamento secondo i criteri definiti dallo Stato (lo Stato deve garantire che tali criteri siano rispettati e intervenire laddove essi non lo siano, ritirando il permesso di insegnare) ma è comunque pubblica.

    Ovviamente il primo punto è più importante. Un genitore attualmente non ha libertà di scelta educativa per il figlio a meno che non sia ricco oppure, come dice un altro commentatore, si faccia 15 anni di lavori forzati nel caso scelga per il figlio una scuola in cui riconosce una equivalenza con i principi/valori che lui vuole trasmettere al figlio. La scuola statale dovrebbe essere semplicemente una supplenza laddove i genitori non possano o non riescano (magari per varie problematicità familiari) a garantire per i figli una scuola consona all’educazione che essi desiderano per loro. Insomma: un genitore che ritiene (a ragion veduta) che nella scuola pubblica vicino a casa il figlio riceverà nozioni/valori contraddittori rispetto a quelli che egli vuole comunicargli, ha il diritto di tutelare il proprio figlio e il proprio schema educativo. Il tutto ovviamente calato nella realtà delle cose possibili a farsi: non mi si dica che si finisce con una scuola diversa per ogni studente perché i genitori sono tutti diversi tra loro, ci sarà però una certa scelta che attualmente non c’è.

    Lo Stato dovrebbe garantire questa libertà di educazione, e sappiamo tutti che è anzitutto un problema economico e, in secondo luogo, un problema di verifica sull’idoneità delle scuole, siano esse statali siano esse paritarie non statali. Il problema economico è ancor più pesante per i passati decenni di costruzione della scuola pubblica come un gigantesco “mostro”: l’assenza di concorrenza ne ha fatto un luogo in cui c’è una marea di personale (insegnanti/bidelli, ecc) che, comunque vadano le cose, sia che insegnino bene sia che insegnino male, vanno stipendiati. Una scuola paritaria, così come un’impresa privata, sarebbe fallita con una gestione di questo tipo. Non è fallita (ma è lì lì) solo perché non vi è reale concorrenza e i genitori sono costretti a mandarci i propri figli. Certo, c’è chi li manderà sua sponte, con convinzione; ma chi non ha i dané e volesse usare della propria libertà di educazione non può.

    Sono stato in una scuola paritaria per tutto l’arco degli studi (non l’università): per i miei genitori è stato un sacrificio enorme. Anch’io avevo in classe solo persone medio/ricche mentre noi, proprio per la scelta educativa che ha dissanguato la mia famiglia, eravamo di ceto basso. Certo lo Stato deve far quadrare i conti, ma occorrerebbe finalmente invertire questa tendenza di togliere ai genitori il loro diritto di educare i figli.

    Per i problemi delle paritarie dove ti promuovono basta che paghi (non era certo il caso delle scuole da me frequentate): questa è una questione di controllo/verifica da parte dello Stato. Tra l’altro, se si introducesse effettivamente una concorrenza tramite un buono-scuola dato direttamente ai genitori (non alla scuola paritaria!), si toglierebbe anche quel “basta che paghi”.

    Poi la scuola pubblica: insegnanti che cambiano in continuazione lungo l’anno, scioperi a ripetizione, professori che si mettono in cattedra e sfogliano il giornale, professori che insegnano/comunicano valori contrari a quelli in cui credono i genitori… e quant’altro. Non mi sembra un paradiso e non mi sembra che sia solo una questione di risorse economiche. Il casino è che ormai è un “monster”, una spesa fissa dello Stato indipendentemente dal numero di alunni…

  22. dan

    Però nessuno risponde alla domanda posta da molti: considerando (con molta approssimazione) il costo della scuola direttamente proporzionale al numero di studenti, e dunque il finanziamento di una singola scuola funzione del numero dei suoi iscritti, che differenza fa finanziare l’istituto pubblico o privato, dando accesso a forme educative differenti da quella proposta dallo stato anche ai meno abbienti?

  23. lino68

    Luca, grazie dello spazio e della risposta, permettimi una cortese replica: quello che voglio dire è che secondo me lo Stato non deve essere l’unico responsabile dell’educazione e della crescita dei cittadini. Questo vale anche per l’Italia di oggi, di ieri di sempre. Il “poniamo il caso” era in effetti una esemplificazione estrema.

  24. stefanomura

    Ancora il concetto sbagliato che gli obbiettivi di uno stato devono essere perseguiti solo ed esclusivamente con gli strumenti gestiti direttamente dallo stato stesso.

    E se finalmente lo stato desse solamente le regole, la visione, gli obiettivi, gli standard da rispettare, e lasciasse che le persone liberamente scegliessero la via per arrivare a quegli standard, che bello stato sarebbe…

  25. pifo

    Il dibattito italiano sulla scuola e’ viziato dal fatto che privato e’ ormai declinato in “cattolico”. Finanziare la scuola privata quindi equivale, nel nostro immaginario, a finanziare “preti e monache”.

    Ma se esistesse un “privato” che, senza fini di lucro, avesse come intento quello di inserirsi nella offerta formativa, su una base democratica il piu’ ampia possibile, per colmarne dei vuoti, utilizzando pedagogie diverse e gia’ affermate in altri paesi, riconoscendo gli obblighi e le verifiche che riguardano la qualifica del personale docente e l’adesione ai programmi statali nonche’ la necessita’ di verifica, quanti di voi sarebbero cosi’ “poco duttili” nel negargli, su base costituzionale, il benche’ minimo finanziamento?
    E’ veramente cosi semplice e “giusto” dire “no” a chiunque?

    In altri paesi europei e’ accaduto semplicemente questo: lo stato ha riconosciuto il fatto che la sua azione presenta dei vuoti e delle lacune ed ha accettato di finanziare parzialmente ma sostanziosamente quelle realta’ “private” garantite che con fini esclusivamente pedagogici si impegnano a colmarli.

    La discussione dovrebbe essere molto piu’ semplice: niente soldi alla scuola privata e soprattutto alla cattolica nel momento in cui essa non accetta di allinearsi completamente per fini pedagogici, compiti sociali, programmi, formazione e selezione del personale ai criteri della scuola pubblica.

  26. Luca Severini

    diritto/dovere dei genitori di educare i propri figli secondo le proprie idee/convinzioni/valori

    Ecco, la scuola pubblica dovrebbe avere fra l’altro il compito di proteggere gli scolari dalle convinzioni e dai valori dei gentori. Non è un paradosso.

  27. mico

    Due piccole annotazioni:

    @jamesnach fa molto bene a osservare che il re è nudo e che la scola privata spesso è la seconda possibilità per ragazzi ricchi e poco volenterosi di pagarsi la loro strada fino al diploma, ma assumiamo pure che la scuola privata sia uguale alla scuola pubblica, il discorso non cambia.

    Vorrei invitarvi a considerare bene le parole istruzione e educazione perché non sono equivalenti. Istruire dei ragazzi non è esattamente come educare dei ragazzi. La scuola (pubblica) si trova sempre più nella necessità di educare oltre che di istruire, dato che le famiglie hanno sempre meno il tempo di farlo per le condizioni di vita di questa società, che quindi ha un progetto educativo per i suoi figli e lo porta a termine con lo strumento della scuola pubblica.
    Questo avviene tutti i giorni, forse non per statuto, ma avviene ed è bene che sia così. Una società fa bene ad avere un progetto educativo, oltre che dei piani per l’istruzione e fa bene a difendere i ragazzi dai valori dei genitori, quando è opportuno.

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  30. jamesnach

    @ Raffaele Birlini

    “1 – Ragione economica.
    Ogni studente che va alla privata comporta un risparmio per la pubblica. Così come un mancato introito è una perdita, allo stesso modo un risparmio di spesa è un profitto.”

    Questo non solo è falso, ma è molto falso.
    Tutte le analisi concordano sul fatto che allo Stato costi di più finanziare uno studente in una scuola privata che in una pubblica.
    A meno che ovviamente tu non stia parlando di uno studente che vada alla privata e se la paghi completamente da sè.

    2- Questa si commenta da sola

  31. jamesnach

    @stefanomura

    “E se finalmente lo stato desse solamente le regole, la visione, gli obiettivi, gli standard da rispettare, e lasciasse che le persone liberamente scegliessero la via per arrivare a quegli standard, che bello stato sarebbe…”

    Controfirmo. Peccato che le scuole private dallo Stato non vogliano solo “le regole, la visione, gli obiettivi, gli standard da rispettare” ma anche e soprattutto soldi.
    Questo è il punto.

  32. Raffaele Birlini

    @jamesnach Non sparare cazzate e, se proprio non riesci a trattenerti, non attaccarti a quello che dico io.

    Quali analisi possono mai sostenere che allo stato la scuola privata costa di più della scuola pubblica? dati 2009: il ministero dell’Istruzione assorbe il 48,9% dei costi dello Stato: 44,5 miliardi di euro. Uno studente italiano su 10 frequenta una scuola privata. Lo strumento principale di finanziamento della scuola privata è il buono scuola. Con questo buono sono stati girati alle scuole private 45 milioni nell’anno scolastico 2008/2009, oltre 50 milioni in quello 2009/2010.

    Parliamo di 44 miliardi contro 50 milioni. E del 10% del totale degli studenti. E hai il coraggio di dire che io dico il falso, anzi molto falso?

    E la spocchia di dire che il punto 2 si commenta da solo? Ma chi cazzo ti credi di essere? Ma va’ ‘sto pirla. Perfavore non mi tirare in ballo, non ho voglia di discutere con nessuno, tantomeno con gente come te.

  33. jamesnach

    @Raffaele Berlini

    Più che scuola pubblica o scuola privata a te serve un dottore, ma uno di quelli bravi…

  34. IcoFeder

    @Raffaele Birlini
    Fonti dei dati?
    I comunisti te li sogni la notte? Dove sono?

  35. jamesnach

    Prima di lasciare Birlini ai suoi deliri, puntualizziamo almeno una cosa: l’istruzione non assorbe affatto il 48,9% dei costi dello Stato, ma circa il 10%.

    Infatti, guardando il documento ufficiale di bilancio, per esempio per il 2010 (http://goo.gl/AwSGo, pagina 41), si vede che istruzione scolastica più universitaria fanno un bel 42,6+7,7=50,3 miliardi di euro, su un totale spese di 493.
    Se poi consideriamo il rimborso del debito il totale sale a 751, fate vobis.
    Quasi inutile inoltre precisare che il confronto va fatto sul costo unitario (€/studente/anno) e non sul costo totale, comunque.

  36. george kaplan

    Per quello che riguarda “LA RELIGIONE”, il fatto che siamo in uno stato laico non vuol dire nulla.
    Laico non significa antireligioso, ma esattamente il contrario: equivicinanza (per dirla alla Andreotti) e tutela da parte dello Stato per ogni sentimento religioso, dall’ateismo fino al baciapilismo.

  37. johndoe

    La questione è antica e irrisolta: gli standard. Altro che pubblico e privato, qui ci sono scuole in cui il ministero del Ghana farebbe,a buon diritto, arrestare tutti e, dietro l’angolo, livelli di eccellenza assoluta.
    È tutto lasciato al caso, che porta qualche persona meritevole in un dato posto, e poi lo aiuta a vincere i muri di gomma dei colleghi.

    @ Luca Severini n.25: e che è, l’esproprio di patria potestà? Manco a Cuba si sognano ste cose….ma dove cavolo credi di stare, nella cambogia dei khmer rossi?

  38. piti

    @kaplan
    Potremmo partire anche da Rousseau:
    “Rimane dunque la religione dell’uomo o il cristianesimo, (…). In virtú di questa religione (…), gli uomini, figli dello stesso Dio, si riconoscono tutti per fratelli, e la società non si dissolve nemmeno con la morte.
    Ma questa religione, non avendo nessuna relazione con il corpo politico, lascia alle leggi soltanto la forza che esse traggono da se stesse senza aggiungergliene nessun’altra, e pertanto uno dei grandi vincoli della società particolare rimane senza effetto. Ma, cosa ancor piú grave, essa, lungi dall’affezionare i cuori dei cittadini allo Stato, ne li distacca come da tutte le cose della terra. Ora, non conosco nulla di piú contrario allo spirito sociale.”

    O,se vogliamo, la religione ha la caratteristica di mettere le persone di fronte al primato di qualcosa d’altro rispetto alle leggi dello Stato. E come possiamo chiedere allo Stato di finanziare un’istituzione che gli lavora contro?

    Quanto a Birlini, non poteva fare di meglio per dimostrare le argomentazioni. Però quelle contro le scuole private.

  39. Ryoga

    Solo un dettaglio semantico, dato che le parole contano.
    Quella che viene comunemente definita scuola “pubblica”, seconda me, andrebbe chiamata piu’ correttamente “statale”.

    La parola “pubblico” ha in se una connotazione implicitamente positiva, che indica che si agisca “per il bene di tutti”, che a mio avviso non e’ compatibile con la maniera in cui gli attuali apparati amministrano la scuola.

    A questo punto possiamo chiederci se, gli stessi fondi, sia meglio affidarli alla burocrazia sttale piuttosto che ad un impresa privata.

  40. elisa

    La mia opinione è che un paese come l’Italia ha nella scuola pubblica il suo fondamento, il suo perchè. Facessimo ben funzionare il sistema ad ogni livello, non avrebbero senso le scuole private. Non ne sentirei propio il bisogno.

  41. Luca

    Allora, alcuni di voi al prossimo giro saranno esclusi, se non la finite. Lo dico una volta e una volta sola.
    Invece rispondo a “E se finalmente lo stato desse solamente le regole, la visione, gli obiettivi, gli standard da rispettare, e lasciasse che le persone liberamente scegliessero la via per arrivare a quegli standard, che bello stato sarebbe…”.
    No, non lo sarebbe. Non esiste democrazia senza pedagogia, come diceva Parise. L’unica democrazia che funziona è una democrazia informata, come dimostrano i risultati dell’attuale. Le persone “lasciate libere” non fanno necessariamente le scelte migliori per se stesse e per gli altri: ciò non significa, anticipo l’obiezione scema, che debbano essere per contro guidate dallo Stato con limitazioni delle loro libertà. Ma la qualità del rapporto con lo Stato, e il beneficio comune, sta nel mezzo: con assunzioni di responsabilità da parte delle classi dirigenti. A cominciare dalla politica.

  42. Luca

    George Kaplan, no: laico non significa per niente quello che dici tu. “Implica”, quello che dici tu: ma il significato prioritario è “estraneità” alle religioni e alle fedi. Uno stato laico ascolta i cittadini e i loro bisogni, e che nascano da una fede o da una fame o da un sogno è irrilevante. Mentre è rilevante che rispettino le libertà altrui, e in questo il baciapilismo non è equivalente all’ateismo.

  43. mico

    A proposito, sto per andare al saggio di flauto di una quinta elementare, tenendomi con tutte e due le mani, da musicista e appassionato di musica.
    Su tutte le biografie dei musicisti dei forum che frequento si legge “ha incominciato a suonare nella big band della scuola”. Di solito il contrabbassista era quello più alto.
    Come sarebbe bello se anche da noi le scuole avessero una big band in cui le nostre Lisa Simpson potessero imparare il sassofono e come sarebbe bello se le chiese avessero amplificatori, tastiere e mixer, se è per quello.
    Il secondo dobbiamo tenercelo così, ma per la prima non dovremmo mobilitarci un po’? Basta flauti dolci.

  44. mico

    @Ryoga 40, la scuola è pubblica perché è aperta a tutti e gestita dallo stato per realizzare gli obiettivi fissati nella Costituzione. La scuola è pubblica anche nel senso che gli obiettivi educativi sono fissati dal ministro compentente. La scuola privata è gestita da privati, ma ha gli stessi obiettivi.
    Secondo, la “burocrazia” contro “l’impresa” non sono la moderna coniugazione del bene e del male e la convenienza economica non il primo parametro per i diritti costituzionali.
    La sanità privata è più efficiente a volte, ma sceglie le patologie più redditizie. La scuola privata ha diritto di rifiutare l’iscrizione a un bambino non del tutto sano, che finisce in una scuola pubblica a cui il ministro di turno ha tagliato i fondi per gli insegnanti di sostegno.

  45. george kaplan

    Luca: secondo me c’è un equivoco. Non è un errore quello che scrivi, anzi. Però, perdonami, anche uno stato confessionale, a rigor di logica, dovrebbe ascoltare i cittadini e i loro bisogni, e ciò anche qualora nascano da una fede o da una fame o da un sogno.
    Voglio dire, non è l’essere laico, l’essere estraneo alle religioni e alle fedi, che fa di uno stato un “buono” stato, e questo proprio perché viene travisato il significato di “laico”.
    La Cina 2011 è uno stato laico.
    L’Iran 2011 è uno stato confessionale.
    Eppure nessuno dei due persegue quello che dici tu.

  46. Ryoga

    @Mico
    Sarebbe tanto difficile stabilire che, tra gli standard che deve rispettare una scuola per aver diritto ai finanziamenti, ci sia quella di accettare tutti i bambini?
    A quel punto quale sarebbe la differenza, per lo studente, tra statale e privato, nel loro essere servizio pubblico?

  47. george kaplan

    Aggiungo.
    Quando la nostra Costituzione laica dice all’art. 19 che tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede, dice, sostanzialmente, “tutti siamo liberi di credere o di non credere”.
    Ma se “stato laico” significa stato non credente, allora significa lo stato “tollera” i credenti.
    E a me non piacerebbe affatto essere un “tollerato”.

  48. ro55ma

    Finanziare la scuola privata (e con l’aria che tira, togliere un pezzettino alla statale) o non farlo ed evitare così (anche) di riconoscere che l’offerta statale è insoddisfacente? Non credo ci siano Paesi paragonabili all’Italia in cui funge totalmente così e invece, insisto, dappertutto, anche in presenza di spaccature fra credenti e non credenti, in realtà si cercano le migliori e più efficaci sinergie. Finanziare gli asili nido privati piuttosto che costruirli e mantenerli (e poi le elementari in casi particolari, i professionali salesiani seri, ecc.) è la realtà non l’opzione possibile.
    Tutto ciò ci porterà alle famiglie-scuola americane, al mix inglese (classista, religioso, razziale, ecc.) o semplicemente definirà soluzioni più razionali (e meno ideologiche) anche in Italia.

  49. mico

    @Ryoga, come ha detto benissimo Luca nell’articolo che stiamo commentando,”la scuola pubblica offre un servizio “a partire da un’idea di responsabilità pubblica di un paese nei confronti dell’educazione e della crescita dei propri cittadini”, non è uno dei tanti servizi a disposizione o una scappatoia per chi non ha soldi.
    Da questo punto di vista, una scuola privata è un di più, che avrà una proposta differenziata, si presume per eccellenza o specializzazione, ma deve competere con il meglio che il paese si propone di offrire.
    I miei tax dollar, comunque devono andare nel meglio possibile del servizio pubblico. Ho regalato computer alla scuola, configurato sistemi, supportato insegnanti elementari, portato la carta igienica e ci ho messo del mio, così come ho visto e toccato i miracoli quotidiani che le maestre fanno per passione, quasi tutte le maestre, proprio come faremmo tu e io per responsabilità verso i bambini.
    Negli Stati Uniti c’è un giorno in cui i professionisti vanno alla scuola più vicina a configurare reti e sistemare computer, dovremmo farlo anche qua: è la nostra scuola e la dobbiamo far funzionare.

    P.S. sono tornato disperato da un saggio di flauto in cui ho sentito una figlia che in prima suonava il piano leggendo lo spartito e ha l’orecchio assoluto suonare girogirotondo in quinta.
    C’è qualcosa che non va nell’insegnamento della musica in Italia. Per esempio il fatto che si insegnano strumenti estinti e che non ci sono batterie e percussioni.

  50. mico

    Dimenticavo, mi è venuto uno scrupolo e sono andato a controllare: http://www.governo.it/Governo/Costituzione/1_titolo2.html

    “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

    La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

    Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.”

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  52. francescorocchi

    Ma io farei una osservazione molto più banale: si può anche essere a favore di strafinanziamenti a pioggia alle private, ma da questo non discende che bisogna bastonare i professori delle pubbliche.

    in UK le scuole migliori sono private e sono classiste…oltre che selettive.

    Ma non per questo si trattano i professori delle scuole statali come dei sobillatori.

  53. sentiunpo

    Le obiezioni mi sembrano su tre livelli diversi
    – ci dovrebbe essere una cifra per studente da girare alla scuola privata se lo studente non “usa” la scuola pubblica
    – la qualità della scuola
    – i valori della scuola da “inculcare” nei bambini

    Alla prima si è gà risposto ampiamente

    La seconda è l’obiezione più valida. La scuola privata per competere deve essere migliore. Finanziarla aiuta ad avere più scuole di eccellenza. Ma il rischio è che tutte le scuole di eccellenza di una nazione costino e costino molto care. Come succede in alcuni paesi. Lì chi non ha il dinero può andare solo nelle scuole di bassa qualità. Il sistema delle borse di studio attenua questo rischio ma non lo elimina.
    In Italia siamo lontani da questo rischio. Le eccellenze ci sono sia nel pubblico che nel privato.

    La terza obiezione invece mi sembra davvero curiosa. Che qualcuno scelga la scuola in base ai valori che vuole “inculcare” nei figli lo devo accettare ma non posso accettare di finanziarlo.
    Quello è l’obiettivo del catechismo non della scuola.
    Un paese in cui da piccoli ci si abitua a mischiarsi, conoscersi, annusarsi con altri piccoli che per storia, cultura o altro sono molto diversi è un paese migliore.
    Migliore rispetto a paesi dove i piccoli cattolici vanno nella loro scuola, i piccoli ebrei, i piccoli musulmani ecc. ecc. vanno ciascuno nella propria.
    Per questo da cattolico ho scelto per i miei figli la scuola pubblica.
    Altri cattolici fanno scelte diverse.
    Ma se mandi i tuoi figli in una scuola che, ad esempio, licenzia l’insegnante che ha divorziato e va a convivere, perchè tradisce i “valori fondanti” di quella scuola, come puoi pretendere che uno stato laico finanzi la tua scelta?

  54. Wizardo

    aggiungerei una riflessione basata su un semplice esperimento. nel mondo universitario anglosassone, nelle università più prestigiose, gli studenti italiani formati nella scuola pubblica ottengono risultati eccellenti, pur proveniendo dai background familiari più disparati.
    gli studenti inglesi nelle stesse università provengono invece in generale da famiglie mediamente più agiate e che si sono potute permettere la scuola privata.
    il sistema scolastico anglosassone è molto più classista di quello italiano. è un fatto, non un’opinione.
    la mobilità sociale in inghilterra è prodotta a livello universitario, NON scolastico.
    quei pochi studenti delle scuole pubbliche che ce la fanno nonostante tutto e riescono ad essere ammessi ad oxbridge riescono a fare il salto sociale.
    depotenziare la scuola pubblica in italia, a fronte di un sistema universitario che non riesce ancora a produrre mobilità (per varie ragioni), significa aumentare il classismo in un paese a mobilità zero.
    temo che questo sia tra gli obiettivi di questo governo.

  55. marcocampione

    wizardo, del sistema scolastico anglosassone non so. per quel che riguarda quello italiano ti posso garantire che è molto classista. ed è il vero fallimento del nostro sistema, la cosa su cui averei l’ossessione di lavorare se fossi ministro: a costo di fare solo quello per 5 anni!

    sui risultati delle paritarie in termini di qualità i dati ocse pisa sono chiarissimi: alle paritarie i risultati sono mediamente molto inferiori rispetto alle statali

  56. Pingback: Links for 02/03/2011 | Giordani.org

  57. Raffaele Birlini

    @IcoFeder Ho mandato un comento ieri ma o sono stato bannato o è intervenuto un filtro per i link.

    jamesnach dice: “l’istruzione non assorbe affatto il 48,9% dei costi dello Stato, ma circa il 10%”

    Googla “48,9% spesa pubblica” e trovi un articolo del sole 24 ore (Settembre 2009).

    jamesnach dice: “Tutte le analisi concordano sul fatto che allo Stato costi di più finanziare uno studente in una scuola privata che in una pubblica.”

    Googla “più soldi private risparmierà” e trovi un articolo de Il Giornale (Marzo 2010).

    Le fonti, mi chiedono, le fonti. Lasciatemi in pace, dite le vostre cazzate senza tirarmi in mezzo, non mi sembra di chiedere troppo.

  58. Luca Severini

    @johndoe #39:

    non credevo difficile capire che intendevo quello che spiega “sentiunpo” al #55:

    Un paese in cui da piccoli ci si abitua a mischiarsi, conoscersi, annusarsi con altri piccoli che per storia, cultura o altro sono molto diversi è un paese migliore.
    Migliore rispetto a paesi dove i piccoli cattolici vanno nella loro scuola, i piccoli ebrei, i piccoli musulmani ecc. ecc. vanno ciascuno nella propria.

    Ma naturalmente, qui e oggi, fa più éclat gridare “dàgli al comunista”.

  59. marcocampione

    @jamesnach: mi ero perso il tuo discorso su quanto costi allo stato uno studente delle paritarie e uno delle statali.non metto link per bypassare il filtro, ma rimando al mio blog dove c’è un post che linka a dei numeri.

    qui dico solo che i dati sono chiarissimi. scuola superiore (quella paritaria che allo stato costa di più). Dati 2006 (ultimi disponibili)

    Scuola Statale: 7147 Euro, Scuola non Statale circa 900 Euro.

    Il primo numero include quanto spende ogni Amministrazione, il secondo solo quanto spende lo Stato. Va aggiunto quindi il buono scuola. Non tutte le regioni lo danno e alcune ne danno di più, altre di meno. Prendiamo Regione Lombardia che credo converrete è quella che spende di più in buoni scuola. Il buono ammonta a 1100 Euro (non va a tutti, ma facciamo finta vada a tutti).

    Quindi uno studente della paritaria ci costa 2000 Euro, uno della statale 7000. I motivi per essere contro le paritarie possono essere molti. Quello economico non è tra questi

  60. jamesnach

    @Birlini

    “Googla “48,9% spesa pubblica” e trovi un articolo del sole 24 ore (Settembre 2009)”

    Caro mio, è semplice: il sole24 ore evidentemente sbaglia, visto che ho linkato il bilancio ufficiale dello Stato e le cifre sono ben diverse.
    Basta saper leggere, e andare alle fonti giuste, quelle ufficiali.

  61. jamesnach

    @marcocampione

    Hai ragione nella forma, ma non nella sostanza: e la colpa è mia perchè nella fretta mi sono espresso male.

    Ho scritto: “Tutte le analisi concordano sul fatto che allo Stato costi di più finanziare uno studente in una scuola privata che in una pubblica”

    In realtà, quello che volevo scrivere era: “”Tutte le analisi concordano sul fatto che costi di più finanziare uno studente in una scuola privata che
    in una pubblica”

    E’ ovvio che allo Stato costi meno finanziare la scuola privata per quella pubblica, per un semplice motivo: la differenza la paga qualcun altro, ossia le tasche dei genitori.
    Ma a livello di sistema Paese si tratta di un impiego inefficiente delle risorse.

    Il punto resta: la scuola privata costa di più e rende meno, come i test PISA evidenziano in modo inequivocabile.

  62. jamesnach

    @Birlini
    Qui dentro nessuno, neanche volendo, neanche impegnandosi, riuscirebbe mai ad abbassarsi fino a raggiungere il tuo livello.
    Fai tu…

  63. Effe

    Oh, ma non vi preoccupate. Saranno la geopolitica e i flussi migratori a sistemare le cose. Quando le scuole private confessionali – ma di confessione islamica (e ci saranno) -arriveranno a chiedere finanziamenti pubblici (e li chiederanno), vedrete che bel ribaltone: a ribellarsi con duttile opinione a questa “vergognosa” ipotesi saranno proprio coloro che oggi chiedono danari per le scuole confessionali cattoliche.

  64. marcocampione

    Effe con la sua vis polemica coglie un punto: io potrò difendere il loro diritto a istituire una scuola e pretendere che lo Stato intervenga se non si attengono ai curricoli che valgono altrove. Certa sinistra avrà qualche problema in più a farlo senza perdere la faccia

  65. frac

    Mi spiace leggere, inframmezzati a tanti interventi “di contenuto”, le invettive e gli insulti di Raffaele Birlini. Nonostante la forma mentis un po’ (e spesso per partito preso) di parte, i blog che gestisce non sono offensivi. Peccato.

  66. piti

    Un esempio meraviglioso del perché le private non sono come le pubbliche. Perché la torvaggine e le fasullaggine dei ragionamenti di chi le difende, le scuole private, è un congruo anticipo della volontà mistificatoria che poi si spanderà per tutto l’anno scolastico fra quei banchi. Comprereste una scuola privata da chi adotta argomenti capziosi per sostenerne il diritto al finanziamento pubblico?

  67. Wizardo

    ringrazio marcocampione per le utili considerazioni ed informazioni sull’aspetto economico del problema. ma comparare il costo per lo stato di uno studente alla statale versus paritaria è come comparare mele con pere.
    mi spiego meglio:
    i dati che marcocampione segnala sono sul costo unitario per l’amministrazione pubblica a studente.
    domanda: sono costi medi o marginali?

    il costo medio include i costi fissi, cioè gli investimenti in conto capitale, in altre parole il costo di set-up dell’istituzione. il costo marginale è il costo per studente al netto dei costi fissi.
    ora, se non capisco male, è evidente che il costo di uno studente alla scuola statale debba necessariamente includere i costi fissi (altrimenti la scuola statale non esisterebbe nemmeno), mentre il costo per lo stato di uno studente in una scuola non statale includa solamente il costo marginale (in quanto i costi fissi di istituzione dell’istituto privato sono a carico di soggetti privati e di fatto finanziati dai clienti, cioè i genitori, al lordo di un profitto per i soggetti privati qualora si tratti di istituzioni for-profit).

    in questo caso è evidente che il costo medio per lo stato di uno studente nella statale versus nella paritaria sia sempre necessariamente maggiore nel primo caso rispetto al secondo.

    portando il ragionamento alle estreme conseguenze: lo stato risparmierebbe moltissimo semplicemente cancellando la scuola statale, cioè risparmiando i costi fissi.
    ma da un punto di vista economico questo converrebbe alle famiglie?
    queste dovrebbero infatti accollarsi le spese in costi fissi delle istituzioni private, che infatti hanno rette molto più alte.
    in altre parole lo stato risparmierebbe, le esternalità positive date dall’esistenza una scuola pubblica cesserebbero di esistere e le famiglie spenderebbero molto di più per istruire i propri figli.

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