Il caso noi

La follia di quello che è diventato “il caso Boschi” (fino a che un altro caso lo rimpiazzerà, prestissimo, eccetera), la spiega bene Mattia Feltri.

Non è tanto diversa l’operazione che De Bortoli fa col suo libro, in cui dice che Boschi incontrò Ghizzoni di Unicredit e cercò di rifilargli banca Etruria. Anche qui, intendiamoci, sarà anche vero, ma che sia vero o falso qui mi importa poco. Mi importa che De Bortoli scriva e non produca una carta, un virgolettato di Ghizzoni a sostegno della notizia, il virgolettato di un alto dirigente della banca. Lo dice e basta. Ora, penso che De Bortoli sia tutto meno che uno sprovveduto, ma noi oggi sappiamo quello che dice soltanto perché lo dice, e il resto del mondo dovrebbe fidarsi sulla parola.

Non ci sarebbe bisogno di spiegarlo oltre, ma per soprammercato: quello che succede dopo – le pagine isteriche sul “caso Boschi” – è il rovesciamento dell’onere della prova su chiunque di noi in base a un’accusa di qualunque fragilità. Ed è l’Italia di oggi, per cui un’accusa è un fatto: se io scrivessi in questo post che De Bortoli mi chiese di licenziare Francesco Costa dal Post, nessuno me ne chiederebbe maggiori prove o dettagli ma si scatenerebbero commenti indignati, tweet polemici, e richieste di spiegazioni a De Bortoli, che si troverebbe costretto a rispondere, negare, smentire, legittimando comunque in qualche modo la mia calunnia, che alla fine gli resterebbe comunque attaccata, oltre a generare per me parecchia attenzione e promozione preziose, se io fossi uno dei molti che le barattano volentieri con la credibilità. “La mia parola contro la tua” è un concetto ormai inesistente: una parola accusatoria vale dieci volte più di una difensiva (e il diritto, peraltro, prevederebbe il contrario). Così Boschi risponde che non ha chiesto la cosa in questione a Ghizzoni quando lo ha visto, e la conseguenza è “ah, e allora cos’ha chiesto? E perché l’ha visto, eh?”. Come ieri quando sugli assunti in Rai in diversi programmi e mansioni il robottino Anzaldi ha prontamente dettato alle agenzie questa accusa: “non è chiaro cosa avrebbero dovuto fare e cosa in realtà hanno davvero fatto. E chissà che magari alla fine non si scopra che non hanno neppure lavorato”. Il chissà è un venticello.

Tocca ripetere che è irrilevante qui l’eventuale colpa di Boschi: per me ci fu e fu altra e palese, come dice Feltri. Ma anche che tocchi ogni volta spiegarsi sul dito per parlare della luna è sfinente e deprimente, ve lo devo dire.

Cercando invece di capire la luna, com’è che follie di questo genere si dispiegano?, si chiedono gli uomini di buona volontà. Vediamo la successione dei fatti per capire la misura delle responsabilità.

1. De Bortoli scrive una cosa tra mille in un libro. È indubbio che da De Bortoli non ci si aspetterebbe tanta leggerezza nel raccontare fatti non comprovati, ma è anche vero che la saggistica politica retroscenista produce ogni giorno, in libri e giornali, decine o centinaia di racconti di questo genere altrettanto indimostrati e spesso indimostrabili. 

2. Qualcuno al M5S preme l’interruttore indignazione/accusa/richiestadimissioni, le turbine Casaleggio cominciano a girare, il gregge/branco replica i tweet e i post, partono le dichiarazioni di Di Maio eccetera. Tutto su una cosa detta da uno, ma si sa che quella macchina ha come priorità di girare, non con quale combustibile.

3. Il grande indotto delle cazzate che è l’informazione italiana attiva a sua volta la sua routine e mette il turbo alle turbine di cui sopra, senza che una propria valutazione critica e scettica affiori se non minimamente e lateralmente (Mattia Feltri, su Facebook) a fronte di titoloni docili e trasparenti sul “caso Boschi”, che naturalmente “esplode”, e così sospinto diventa davvero caso politico con possibili conseguenze concrete. La politica italiana degli scorsi decenni è stata piena di passaggi con queste dinamiche.

Chi è peggio, non è la domanda giusta, anche se viene da farsela: la domanda giusta e proficua è chi interrompe tutto questo?