Termometri

In Francia dallo scorso primo marzo, è vietata la vendita dei termometri a mercurio, quelli che non mancano in nessuna casa francese, né italiana. Pare una vera rivoluzione e il motivo è semplice: se il termometro si rompe, come accade, il metallo può emettere dei vapori assai nocivi, soprattutto per le vie respiratorie e il sistema nervoso dei bambini. Nel 1995 una ricerca aveva dimostrato che nelle strutture sanitarie francesi si perdevano accidentalmente ben 10 tonnellate di mercurio l’anno, solo per la rottura dei termometri. Sembra una quantità incredibile, se non si pensa al numero di termometri (quelli comuni e quelli all’interno di altre apparecchiature mediche) e al numero degli ospedali, laboratori, cliniche, aziende sanitarie, presenti in un paese di cinquantasei milioni di persone e 680mila posti letto ospedalieri (300mila più che in Italia). Per le autorità sanitarie federali degli Stati Uniti, che hanno constatato come i rifiuti ospedalieri ne contengano cinquanta volte di più dei rifiuti comuni, il mercurio è classificato al terzo posto tra le sostanze più pericolose per l’uomo. Ma i normali inceneritori rischiano di aumentare la diffusione delle scorie di mercurio nell’aria. Il mercurio è un metallo che evapora facilmente e, già nocivo, può essere assunto da taluni batteri acquatici che lo trasformano in una sostanza  ancora più pericolosa, che si chiama metilmercurio. Il maggior rischio di intossicazione da metilmercurio per le persone è costituito dall’ingestione di pesce contaminato da questi batteri.

Anche fuori dai termometri, il mercurio si disperde nelle centrali termiche e in alcuni impianti industriali, per cui esistono dei rigidi programmi di riduzione dello smaltimento nell’atmosfera. Ed è usato diffusamente dai dentisti per l’amalgama delle otturazioni: il rischio della sua dispersione nell’organismo e delle sue conseguenze è un annoso argomento di studi. In Svezia il servizio sanitario nazionale provvede alla sostituzione delle otturazioni con sostanze diverse, a base di resine.

Di avere a che fare col mercurio è capitato a tutti, e l’avevamo presa alla leggera. Succedeva che da bambini, con un’influenza da verificare, si rompeva il termometro. Il mercurio zampillava per il pavimento e mentre la mamma cercava di scongiurare danni maggiori raccogliendo le schegge di vetro, ci si divertiva un mondo con le bolle d’argento: bastava avvicinare il dito e le gocce schizzavano via serpeggiando tra i commenti delle piastrelle. La cosa andava avanti per un po’, con le palline che si riunivano e separavano, poi bambini a letto, il mercurio pazientemente raccolto e buttato nel bidone. Non lo sapevamo, ma stavamo vivendo un piccolo disastro sanitario ed ecologico.

Da piccoli, si sperava di avere la febbre per poter bigiare a scuola, o almeno per potersi fare coccolare e servire. La mamma scuoteva il termometro tenendolo per la testa, per far scendere il mercurio, c’era una riga blu fino a trentasette e rossa più su. I numeri da 40 in poi facevano impressione ma non ci si arrivava quasi mai, per fortuna. Un buon risultato era trentotto, ma te la cavavi anche con trentasette e cinque. Il termometro si metteva sotto l’ascella e si tenevano le braccia conserte perché non scivolasse. Poi si aspettava, non si è mai capito quanto: il che permetteva, in caso di risultato insoddisfacente, di sospettare che lo si fosse tenuto troppo poco. In genere, al secondo tentativo, facevi ancora meno. E comunque alla mamma bastava il primo. Mentre aspettavi ti annoiavi un po’, guardavi la televisione, e allora non c’era neanche il telecomando. Poi, se avevi la febbre ti sentivi subito meglio, e se non ce l’avevi invece stavi peggio, e così il termometro misurava te e tu misuravi lui.

Adesso si sa che i bambini sono a rischio proprio per le perdite di mercurio dai termometri, a cominciare da quelli delle incubatrici: uno studio americano riportò nel 1979 che 18 incubatrici su 42 esaminate mostravano concentrazioni di vapori di mercurio, che in 12 casi superavano gli indici di sicurezza, a causa di lesioni nei termometri. Da allora fu avviata una politica di sostituzione dei termometri con modelli senza mercurio. Nel 1987 un altra ricerca scoprì sensibili tracce di mercurio, ma senza effetti tossici, nelle urine di bambini i cui genitori lavoravano in impianti di fabbricazione di termometri.

Di termometri che non contengono mercurio oggi ne esistono di tipi diversi, alcuni dei quali già largamente diffusi. Quelli elettronici, che hanno i numerini sul display e costano poco più dei vecchi termometri a mercurio, utilizzano la resistenza elettrica variabile di alcuni materiali a base di ceramica. Ce ne sono altri che funzionano sullo stesso principio di dilatazione del mercurio, ma con altre sostanze, come il gallio, non tossico, e hanno l’aspetto dei termometri tradizionali. Il principio più innovativo è quello che misura la temperatura all’interno dell’orecchio, approfittando del fatto che il timpano riceve sangue dalla stessa arteria che raggiunge l’ipotalamo, da cui è controllata la temperatura dell’organismo. La temperatura è misurata da una cellula fotoelettrica che misura la luce infrarossa emessa dai corpi caldi. I termometri che funzionano con questo procedimento sono pubblicizzati sulle riviste e si trovano in farmacia già da qualche anno: benché siano ancora i più costosi, il loro uso cresce. Sono rapidi, igienici (si usano con dei cappuccetti usa e getta) e precisi. Diventeranno un oggetto di uso comune, le ascelle perderanno di senso, ne guadagneranno le orecchie.

Era un rapporto controverso e solido, quello col termometro a mercurio. Poi veniva la volta che si rompeva, e tutto quanto.

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