Mooks

A chiamarli Mooks è stata la rivista musicale Spin. Il loro primo riferimento è la musica di Limp Bizkit, Korn e Kid Rock e hanno già un evento di culto alle spalle. Woodstock, vi dice niente? Non quella Woodstock, la Woodstock del ’99, quella culminata in violenze di massa, incendi, risse e stupri. “Noi non c’entriamo”, dice Fred Durst dei Limp Bizkit, la cui “Break Stuff” diede il via ai disordini: “ma se avessimo saputo quello che stava per capitare avremmo fermato tutto”.

Quello di Fred Durst è il gruppo capofila (di cospicuo successo adolescenziale anche in Italia, ormai) di una nuova tendenza musicale e giovanile, il rap-rock o rap-metal. Ampie schiere di giovani bianchi americani si sono impossessati dell’hip-hop dei neri, del suo messaggio di rabbia e violenza e hanno chiesto che diventasse cosa loro. Sono stati accontentati dai Bizkit e dai Korn, e da Kid Rock, una specie di teppista biondo e capellone che si presenta in scena avvolto in pellicce bianche e circondato da pin-up seminude. Questi musicisti hanno riversato quello che languiva dell’heavy metal e dei suoi modi maschili e ruvidi nella cultura hip-hop e nella musica rap. L’esempio più orecchiabile è la nuova versione rockeggiante e rappata del tema di Mission Impossible, affidato ai Limp Bizkit.
I loro fans, ma anche di Eminem, il rapper bianco violento, maschilista e omofobico che sta furoreggiando in tutto il mondo, o dei più tradizionalmente rock Everlast, sono i Mooks e non sono solo fans. Sono una cultura giovanile semplice e globale, ingenua e terrificante, fatta di maschilismo, pornografia, violenza. Ai concerti di Kid Rock svellono le strutture e se le scaraventano addosso, gridano come degli ossessi all’indirizzo delle ragazze per farle spogliare, si gettano a terra e si calpestano.
Del rap hanno preso non solo i ritmi ma anche l’attitudine alla rabbia e alla violenza. Rabbia per cosa?, si chiedono in molti: questi sono ragazzi bianchi di province annoiate, al massimo. Rabbia e basta, risponde RJ Smith sul New York Times. Sono quelli che si infuriano con una porta chiusa o che ti dicono “cazzo guardi?” se li osservi un momento: “quando i vetri vanno in pezzi, la rabbia non è più falsa o costruita, è rabbia”. E poi l’abbigliamento: i pantaloni larghi, col cavallo al ginocchio, i boxer che escono di due dita, le scarpe da tennis supergonfiate, le camicie a quadri aperte sulla t-shirt, il cappellino da baseball a rovescia. Il loro saluto è lo stesso dei neri: “Wazzup?” (“What’s up?”, Che succede?) ripreso anche da un popolarismo spot di una marca di birra. Quando i Lakers hanno vinto l’NBA e Los Angeles è stata messa a ferro e fuoco, i più erano giovani bianchi. I loro idoli gli dicono che vengono da dove vengono loro (“Esco da una roulotte anch’io” grida Kid Rock) e che se il mondo fa schifo è giusto trattarlo come merita. Senza tuttavia nessun rispetto per i neri – anzi – i ragazzi bianchi sono affascinati dalla violenza della strada, dal ghetto, dalla mimica da duri dei neri, ma in più non corrono il rischio di essere fermati perché neri o finire crivellati di colpi come niente. Durst, rapito dal rap da ragazzino, rivendica ai bianchi la loro parte della cultura hip-hop; il suo produttore Jordan Schur spiega “Il rock si era un po’ spento ma i ragazzi dei sobborghi, quelli con gli skateboard, volevano delle rockstar e le hanno trovate nel rap. Ma molti di loro avevano lo stesso un debole per i riff di chitarra elettrica e il sound del rock tosto. Una fusione era nelle cose”.
L’altro terreno di eccitazione, dopo la musica, è il wrestling, dove lo show è retto da un rigoroso gioco delle parti. The Rock, pseudonimo di uno dei più popolari giovani wrestlers, racconta di come ha cominciato a divertirsi molto di più facendo il cattivo: aveva il ruolo di buono, prima di pestare suo padre in un combattimento pubblico. Di recente è stato cooptato a cantare nel nuovo singolo di Wyclef Jean, rapper nero dei più morigerati e coscienti, ma anche lui in cerca di consensi presso i Mooks.
La pornografia è un’altra passione dei Mooks: lo stesso Durst è apparso in “Backstage Sluts 2”, c’è una diva del porno sulla copertina del cd dei Blink 182 e i Korn hanno più volte ospitato pubblicamente note pornostar. Smith si chiede se il nutrire i giovani americani di tutto questo debba andare sotto il nome di populismo o di fascismo: “The Rock è un Pat Buchanan con un sorrisetto più efficace”.
Ma non è solo di The Rock una pubblicizzazione estrema del conflitto coi genitori. L’orrido Eminem canta di scoprire sua madre tossicodipendente. Lei, nella vita reale, lo ha citato per diffamazione e gli ha chiesto dieci milioni di dollari di danni.