The body artist

Spiazzare l’attesa. La strategia concepita da Don DeLillo per confrontarsi con gli spalti gremiti di occhi sulla sua prossima mossa, a quattro anni di distanza dal suo ingombrante Underworld non è nuova  nella musica rock è stata appena attuata dai pluridecorati Radiohead ma richiede sempre un bel coraggio. Fare altro, cambiare strada, scartare di lato: è questo che risalta di più nel confronto tra The Body Artist (che Simon and Schuster pubblicherà negli Stati Uniti la settimana prossima) e il precedente epico tomo del romanziere americano.
DeLillo  cinquantotto anni e dodici romanzi  aveva ottenuto con Underworld un consenso di pubblico e di critica, come si dice, praticamente unanime, guadagnando finalmente le classifiche di vendita e i lettori che meritavano anche i suoi libri precedenti, a partire da Rumore Bianco e Libra (tutti ristampati da Einaudi, in Italia). La sua eccellenza nel descrivere personaggi, storia e scene dell’America dello scorso secolo si concretizza in dialoghi formidabili e più-veri-della-vita, ritratti perfetti e grandi disegni che fanno sentire il lettore dentro un film più che in un libro: sono memorabili la colonna di Volvo che apre Rumore Bianco e la partita di baseball di cui par di sentire tutti i suoni e rumori, all’inizio di Underword. Realismo e sarcasmo si mescolano in una forma vivacissima che ha il suo contraltare formale nell’America di Philip Roth e della sua recente trilogia.
Per questo è spiazzante ed ardita la scelta di The Body Artist, a cominciare dalla sua snellezza. 124 pagine – contro le 827 di Underworld  di una storia intima, evanescente, inafferrabile come le cose di cui parla, e che potrebbe apparire deludente per i fans con l’acquolina in bocca, se non fosse per la bravura dell’autore. Il racconto si apre in una casa del Maine con una conversazione mattutina, davanti alla colazione, di una coppia di artisti, regista lui e attrice corporea lei, assolutamente frammentaria e dissennata, che si trascina per un intero capitolo senza rivelare apparentemente altro che una comunicazione sbadata e un rapporto intricato. Come accadrà per tutto il libro, le battute vengono ripetute, o contraddette, non comprese, perse nel niente, le azioni più elementari rinnovate, le cose fatte e non fatte. Subito dopo una cronaca giornalistica ci mette di fronte al suicidio di lui, a New York, nella casa della ex moglie. Nelle pagine che seguono assistiamo al faticoso confronto di lei con la morte del marito, dapprima sola nella casa del Maine e poi in compagnia di un misterioso personaggio tra l’alieno e l’autistico, emerso da chissà dove e in grado di ripetere e indossare conversazioni tra i due coniugi, ascoltate (o forse prefigurate?) non si sa quando. La storia in parte si svela progressivamente, ma mantiene per tutto il suo corso una imprendibile ambiguità tra quel che è e quel che non è, o appare o viene frainteso. “Tutto avviene intono alla parolasembra” dice lo stesso narratore di un quadro momentaneo. Lauren, la protagonista, vede un uomo per strada di cui immagina e ricostruisce con certezza la vita, i problemi, il carattere, prima di accorgersi che si tratta di un secchio di vernice appoggiato su un accrocchio di sedie e tavole. Concentra se stessa nel’ascolto delle voci alienate di segreterie telefoniche o osservando all’infinito su un sito internet la webcam che mostra un tratto autostradale a Kotka, in Finlandia. I corpi si modificano, non si riconoscono, e le stesse parole sono spesso smontate e rese incerte, o inutili (“salì le scale facendo il rumore che fa una persona che sale le scale”, “il nome del chiaro di luna è chiaro di luna”). Ad un tratto Lauren ritrova il marito nella casa, ed è di nuovo la mattina del primo capitolo, e vuole distruggere le chiavi della macchina perché lui non se ne vada a uccidersi, ma anche questa è un’illusione.
The Body Artist parla delle incertezze di tempo e realtà, e di persone senza identità, o che ne hanno molte. E i frammenti e le lentezze che DeLillo mescola sono ripresi nello spettacolo che l’attrice porterà in scena, in cui gli spettatori annoiati vanno via prima della fine: “So che ci sono persone che pensano che il lavoro sia lento e ripetitivo, e che non succeda niente”, dice Lauren, “Ma forse succedono troppe cose, invece, e dovrebbe essere ancora più lento, più rarefatto, e più lungo di così”.

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