Webnotizie (una rubrica per il Foglio)

“I fans della Apple sono i progressisti dell’industria informatica, quelli che credono che i computer saranno sempre migliori, anzi molto migliori”, dice Thomas Summerall, presidente di Media Lab. Sarà per questo che una foto che ritrae il presidente entrante George Dubya Bush di fronte a un Apple PowerBook va così forte. L’immagine è di Associated Press e sta facendo il giro di internet, dividendo i Macintosh-fanatici tra chi sostiene che il portatile sia sulla scrivania del presidente per figura (Bush è al telefono, “sta chiamando l’assistenza Apple”) e chi cede al conservatorismo, compassionevole: “ma è la prova che il Macintosh può usarlo chiunque”.

Il trend che spinge gli internet provider ad abbandonare le formule gratuite di accesso alla rete, è un buon segno, alla fine. Mostra che dai fallimenti si può imparare qualcosa. E offrirà in contropartita sistemi a pagamento fisso in cambio di connessioni efficienti, senza scatti e illimitate, se i provider sapranno accordarsi con i fornitori telefonici (le ottime offerte ADSL stanno già tracciando questo solco): la banda larga farà il resto. Nell’anticipare questa tendenza, un mese fa sull’Industry Standard, Adele Thackray – che se ne occupa per conto della Commerzbank di Londra – aveva anche dato un colpo ufficiale a un’altra perduta speranza di chi cerca di pagare la sua presenza sul web: la pubblicità. “A meno che qualcuno non inventi delle inserzioni pubblicitarie brillantemente personalizzate e mirate – e finora non si è visto niente del genere nemmeno da lontano – i provider che pensano di finanziarsi essenzialmente con la pubblicità vivono nel mondo dei sogni”.

E di abbonamenti e pubblicità si parla un po’ ovunque. Dopo i quattordici dell’estate scorsa, altri venticinque impiegati di Salon saranno fatti fuori (restano in cento). Il giornale online più famoso e prestigioso, fondato nel 1995, ha spiegato i licenziamenti con la ormai proverbiale necessità di taglio dei costi (la quotazione di Salon, che non è mai andata oltre gli undici dollari, ieri era a 0,94). Si è anche dimesso il vice presidente del Business Development del giornale, Andrew Ross, già direttore del San Francisco Examiner.  “Troppi siti in cerca di inserzioni pubblicitarie stanno facendo crollare i prezzi, in futuro Salon dovrà forse considerare un modello a pagamento”, ha detto il presidente Michael O’Donnell. La contraddizione tra successo di utenti e assenza di entrate fa vittime nell’informazione online da un anno, ormai (è il business-to-client, bellezza: insieme all’e-commerce, il giornalismo è stato il settore più vulnerabile). Ultimo caduto, la versione inglese del sito finanziario TheStreet.com.

Tra i molti meriti di Amazon c’è quello di farsi venire nuove idee per attrarre visitatori e avvicinare il loro dito al clic sul fatidico carrello. Quella di ospitare qualsiasi tipo di lista di prodotti inventata dagli utenti è molto divertente (i tre migliori cd con un maiale in copertina, i cinque migliori apparecchi che cominciano per M, i dieci libri su cui ho appoggiato il televisore). Ma una storia di rara generosità è nata dalle “Wish Lists”, depositate da chiunque voglia far sapere ai suoi amici e cari cosa desidererebbe ricevere in dono. Rocky Mullin, un ingegnere di San Francisco ha raccontato di aver scelto tra le Wish Lists di assoluti sconosciuti dei regali che gli piacevano e di averli ordinati per loro. Poi ha diffuso la sua idea, che sta circolando. Io manderò il libro di Armistead Maupin al primo che trovo che lo vorrebbe. Ricevere un presente desiderato, da uno sconosciuto, invece che la solita sciarpa da tua zia, è una bella cosa.

 

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