Joe Jackson nel 2001

Quando eravamo ragazzi ascoltavamo Is she really going out with him?, una canzone nuova che si chiedeva perché quegli schianti di ragazze non escono con noi invece che con quelli là: e la sentivamo vera per tutti noi sfigati. E chiamavamo dinosauri del rock, per essere affettuosi conservandoci sfottenti, quelli che dagli anni Settanta continuavano a voler fare la loro musica mentre tutto cambiava: Neil Young, gli Stones, Paul Simon, e via. Tra poco arriva un film, Almost Famous, che resuscita di nuovo tutto quanto. Ma fa impressione vedere che sono ancora tutti lì, e intanto sono invecchiati sia quelli che sono venuti dopo, che noi che facevamo gli spiritosi. C’è una nuova generazione di maturi pluridecorati del rock che comincia a fare impressione, ormai, quelli degli anni Ottanta. Prendete Joe Jackson, che evoca in Italia la rivoluzione dei videoclip, Mister Fantasy e Massarini, una nuova modernità grafica e stilistica, e nella sua musica un recupero di allusioni a tempi andati che avrebbe fatto proseliti. Beh, sono passati vent’anni. Da che cantava Is she really going out with him? ne sono passati ventidue. E lui ne ha 47 e ha pubblicato diciotto dischi, di cui l’ultimo Night and Day II – riprende proprio un’idea di diciotto anni fa. Night and Day, infatti, che nel 1982 lo portò a spasso per le classifiche di mezzo mondo, parlava di New York vista da un suo nuovo e spaesato inquilino.
Jackson è nato a Portsmouth, in Inghilterra. E’ alto e magro, assai stempiato da sempre, come longevo è l’improbabile giallino dei suoi capelli. “Domandagli come mai indossa sempre vestiti due taglie più grandi”, mi ha chiesto un amico. Ma oggi le sue taglie paiono più acconce, l’ultimo bottone della camicia sempre allacciato, dev’essere un revisionista. Abita a New York da vent’anni, appunto, ma non si sente americano, newyorkese piuttosto. Qualche settimana fa se l’è presa con il sindaco Giuliani (“lo ammazzerei”) durante un concerto e ha avuto un’attenzione dai media che non si ricordava da dieci dischi fa. “Non vedo cosa ci fosse di clamoroso, tutti a New York odiano Giuliani, fuorché i ricchi”. Perché, lei è al verde? “Io sono uno fortunato, non uno dei ricchi di Wall Street. Abito a Manhattan, ma ormai lo star system cerca casa a Georgetown, a Brooklyn”. Mai sembrato né di destra né di sinistra, Joejackson, “e infatti la politica non è una mia passione. Bush mi pare un cretino completo, ma evidentemente è quello che gli americani volevano”. Gli americani continuano a essere un grande popolo di un po’ scemi, per noi europei. “Vero, ma non puoi generalizzare. Guardano della televisione inguardabile, ma anche il baseball. Io vado matto per gli Yankees, e odio i Mets”.
Night and Day II è arrivato dopo una progressiva e rotonda sterzata verso la musica strumentale e sinfonica, e pare un ritorno al pop, ma lui non la vede così, “io lavoro da minatore. Ho avuto due momenti cruciali del mio scavare, il primo Night and Day e questo, ma sto semplicemente andando avanti. Le differenze tra i due? Questo è molto più bello”. Non sarà uno di quelli che disdegnano il proprio passato, Joejackson? “Neanche per sogno, ma miglioro. Adesso scrivo testi di cui sono più soddisfatto, alcuni di quelli vecchi sono un po’ imbarazzanti sentiti ora. Ma i vecchi dischi mi piacciono, Blaze of Glory soprattutto: quello era un periodo in cui cominciavo a perdere attenzione da parte dei media”. E quindi quali sono le sue tre canzoni di Joejackson preferite? “Potrei dirle It’s different for girls, Fools in love e Beat Crazy, tra le vecchie. Ma la verità è che le mie preferite sono tutte in questo disco”. Love got lost, in effetti è stupenda, e la canta Marianne Faithfull, nientepopodimeno: “la canzone mi ha fatto pensare a lei, gliel’ho mandata e lei non ha voluto sentirla. Pare che non ne volese sapere più di collaborazioni, non so perché. Alla fine ci sono riuscito”. Anche lui ha appena cantato una canzone nel cd di Rickie Lee Jones, dice che lei l’ha chiamato, e basta. “Io sono a disposizione”. Spesso torna a Portsmouth, la sua hometown di una canzone di parecchi anni fa. “Quella era una canzone sentimentale, di solito non ne scrivo, e se lo faccio ci scrivo sopra bello grosso ‘canzone sentimentale'”. Ho letto che in Hell of a town c’è una citazione da Tootsie, ma lui strabuzza le pupillone. “C’è una citazione di Un uomo da marciapiede, ce ne sono un sacco di altre, ma questa mi è del tutto nuova”. Joejackson non ha le idee chiare su Napster, vuole andare in vacanza e ha scritto un libro sulla musica (“A cure for gravity”) di cui va fiero, “è un peccato che non sia tradotto in italiano”.
Una volta, ancora tanti anni fa, disse in una qualche intervista che il rock era morto. Da allora ogni volta gliene chiedono, come a Cat Stevens della sua fraintesa battuta su Salman Rushdie. Anch’io, per non essere da meno: “intendevo che l’epoca mitica degli eroi del rock era finita, il business e il marketing hanno preso il sopravvento, basta. E poi, qual è il rock? Più cerchi di capirlo, meno ci riesci. I Radiohead, forse, ma il loro ultimo non mi piace granché”. E quindi che musica sente, Joejackson? “Bach. E certa elettronica inglese, e la musica finlandese e islandese”. Islandese? Sa quanto sono bravi i Sigur Ros? “Me ne hanno già parlato ma non sono ancora riuscito a sentirli”. Avrei un’ultima domanda: Is she really going out with him? “No”, fa Giogè, e sorride come per tranquillizzarmi.
Meno male.

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