Le nuvole in Islanda

Il cielo, in Islanda, corre. A guardarlo, pare di essere in quel film di una quindicina d’anni fa, Koyaanisqatsi, in cui la musica di Philip Glass trasportava immagini, accelerate artificialmente, di terre, ombre, mari, fiori. E cieli. Il cielo d’Islanda è quello di Koyaanisqatsi, le nuvole corrono, spariscono e ritornano. Ti fanno venire il dubbio che quassù vicino al Polo, il punto più fermo dell’emisfero boreale, tutto giri diversamente e le cose vadano con i cieli. Ma è una fesseria, e per fortuna non ci sono geografi in giro a intercettare questo pensiero. Invece c’è un detto, qui, esibito fieramente con i turisti: “Se non ti piace il tempo, aspetta cinque minuti”. L’Islanda è il Paese più isolato dell’Occidente, scandinavo a modo suo, lontano dall’Europa più di quanto le appartenga, vicino all’America più di quanto sembri. La penisola più settentrionale si allunga fino a due chilometri e mezzo dal Circolo polare artico, con disappunto degli operatori turistici che, comunque, consegnano a chi passa di là attestati di raggiungimento della linea. L’aeroporto di Keflavik, a meno di un’ora dalla capitale e circondato da installazioni militari americane, sbarca gente dall’uno e dall’altro continente, soprattutto giovani. Diretti per un paio di settimane, o anche solo un weekend, alle bellezze naturali e non dell’isola: wildlife or nightlife sono le attrazioni che li sparpagliano tra geyser e ghiacciai, o li trattengono nella luminosa agitazione notturna dei sabati di Reykjavik. Le linee aeree locali hanno capito il trend e offrono tariffe scontate ai giovani visitatori del fine settimana, soprattutto americani e inglesi, ma anche tedeschi e dal resto della Scandinavia. I ragazzi vanno e vengono, quindi, come le nuvole. Come le importazioni di prodotti di ogni genere, indispensabili all’isola, i cui costi si riflettono sui prezzi e sul cambio: forse nessun posto al mondo è caro come Reykjavik. E andarono e venirono un po’ tutti, nei 13 secoli della storia del Paese: irlandesi, norvegesi, danesi, tedeschi, inglesi, americani. Cosicché, agli islandesi di oggi, l’isolamento non pare pesare troppo. Anzi, hanno l’aria di chi se la cava piuttosto bene, anche quassù in capo al mondo. Un atteggiamento un po’ snob, comprensibile alla luce della meraviglia di posto in cui vivono, ma che fa simpatia soprattutto quando si leggono i numeri. Gli islandesi sono 282 mila, come gli abitanti di Verona, ma il Paese è grande come tutto il Nord Italia. La sola capitale, con l’area circostante, conta 170 mila abitanti. Non che gli islandesi non facciano del loro meglio per popolare l’isola: il tasso di natalità del 17 per mille è il più alto d’Europa, quasi doppio di quello italiano. Risultato: il corso principale di Reykjavik – Laugavegur – è un circo di carrozzine singole e doppie, e di bambini che scorrazzano. Il Paese ha poi un singolare primato di indifferenza al matrimonio: più del 60% dei figli nasce senza che i genitori siano sposati, e l’unione è spesso formalizzata solo per ragioni economiche o pratiche. Gli uomini sembrano assenti, in Islanda, e le donne padrone del campo benché, nei numeri, siano meno che nel resto d’Europa: la popolazione è esattamente ripartita tra maschi e femmine. Ma il modo indipendente in cui si muovono, la sicurezza da padrone di casa, fanno sentire ospiti gli uomini. Nel 1980, Vigdis Finnbogadottir fu la prima donna al mondo a essere eletta democraticamente capo di Stato, carica che tenne fino al 1996. Già nel 1972 le era stata concessa l’adozione di una figlia, malgrado fosse una madre single. Precoci emancipazioni, bilanciate dalla sopravvivenza dei patronimici: dottir è il suffisso che significa “figlia di”, così come son vale per gli uomini, “figlio di”. In Islanda i cognomi si formano così, dal nome del padre, e le donne non assumono quello dei mariti. Così, in una stessa famiglia, i cognomi sono numerosi. Altre frotte di bambini strillano attorno alle rive del Tjörn, il lago popolato da anatre e cigni alle spalle del centro, riempiendosi i polmoni di aria buona. Quella che si respira, anche in città, è pulitissima, grazie all’energia geotermica e all’assenza (o quasi) di industrie. Reykjavik non è una bella città, con l’eccezione di qualche casetta graziosa e di questo laghetto. Ma sta in un posto spettacolare, tra mare e montagne, e soprattutto d’estate diventa allegra e vivace. Tutti parlano inglese, e i turisti si sentono a casa. Nelle sere luminose di luglio e agosto, i bar e le discoteche concentrati nelle poche strade del centro ospitano un formicaio di ragazzi che rimbalzano da un locale all’altro, si fermano su un gradino o a un angolo, giocano per strada con un pallone improvvisato. Si chiama runtur, il giro dei posti: risuonano canti e risate, si smaltiscono ebbrezze all’aria fresca prima di tornare a ballare. Con l’aiuto di Bjork e dei SigurRos – di recente celebrati dal New York Times – la musica islandese ha conquistato il mondo. Così, di qui hanno iniziato a passare rockstar e modelle, si sono organizzate feste e una vivacissima mondanità si è fatta largo. I caffè e i locali sono da rivista di design, e offrono menu arditi e fantasiosi. Sui periodici internazionali, la città è presente come fucina di tendenze per quello che è moda, musica, design e divertimenti. Ci sono eccessi pubblicitari, come sempre in questi casi, ma anche molto di vero. D’inverno le cose cambiano. I weekend sono sempre movimentati e riscaldati dagli alcolici, ma freddo e buio ridimensionano gli entusiasmi, le abitudini diventano più domestiche. In ogni stagione, d’altronde, il runtur comincia a casa, complice il prezzo degli alcolici nei locali: si comincia a bere intorno alle 18 da un amico, e quando si esce si è già piuttosto allegri. Ma qui, “Stasera sto a casa a leggere” non è un modo di dire: l’Islanda ha il maggior consumo di libri pro capite del mondo. Fuori dalla capitale, il Paese torna come uno se l’aspetta: ghiacciai, scogliere nere di lava, getti d’acqua calda, greggi di pecore tra i prati e neppure un albero. Il centro più grande ha 20 mila abitanti, e dell’inglese si può fare a meno. “Non parliamo la lingua degli idioti”, dice sprezzante un signore a Geysir, il posto che dà il nome ai geyser. L’esponente locale ha eruttato acqua per sei secoli ogni tre ore fino ai primi del ‘900, quando ha rallentato il ritmo per poi addormentarsi definitivamente. Tra le ragioni, le pietre e gli oggetti lanciati al suo fondo dai turisti. La terra si muove meno delle nuvole, ma non tanto. Nel 1963, trenta chilometri al largo della costa meridionale, un’eruzione sottomarina fece nascere dal nulla l’isola di Surtsey. Vulcani, terremoti e maremoti si alternano e cambiano sagome e planimetrie ogni due o tre anni. Un’unica strada, la 1, percorre il perimetro dell’isola con poche deviazioni. Nel giro del weekend riporta i visitatori a Reykjavik, in tempo per incontrare quelli che nel frattempo non si sono mossi da lì, ancora un po’ brilli. Tutti insieme salgono sul pullman per Keflavik, buttano un’ultima occhiata ai fumi termali che salgono a sud dalla Blue Lagoon e volano via, con le nuvole, dal posto più isolato dell’Occidente. (A cura di Marilena Malinverni. Le foto sono dell’agenzia Aura) 

La notte più lunga
Il giro dei locali notturni – quello che gli inglesi chiamano pub crawl – a Reykjavik si dice runtur. Nella capitale islandese è particolarmente vivace, perché caffè, discoteche e pub si trovano tutti in un’area di pochi isolati: intorno ad Asturstraeti e a Laugavegur, i due rami del corso principale. Molti bar di giorno sono tranquilli, ma la sera si trasformano: alzano il volume della musica e si riempiono di folla, danzante e non. Di giorno, il Paris Café è il più frequentato ed europeo. L’Astro è il posto della notte per eccellenza, modaiolo e divertente (si fa la fila per entrare). Al Gaukur à Stöng si balla già prima di mezzanotte; il locale è frequentato soprattutto dai giovani. Il Rex è un raffinatissimo ristorante progettato da sir Terence Conran (quello dei negozi di oggetti di design Habitat); qui l’età media è più alta. L’Atlantic Café, davanti al Rex, pare una location pubblicitaria ed è tranquillo anche la sera. Un ristorante di elegante design minimal e l’Apotek: i bagni sono spettacolari, con vasi di gigli tra i lavabi. Il Brennslan è più genere bohémien, e ha una formidabile esposizione di birre. Il Kaffibarin è una casetta striminzita su due piani dove la gente si pigia molto volentieri, anche grazie alla leggenda (falsa) che ne vuole proprietario Damon Albarn dei Gorillaz.

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