Cosa piace a Milena Gabanelli

I camerieri del bar si fanno da parte con l’aria un po’ seccata, mentre lei si muove tra i tavoli imbracciando un grosso treppiede e con una borsa fotografica a tracolla. Milena Gabanelli è a Milano, con la sua telecamera, per girare delle interviste. “Report” sta per ricominciare, e la prima puntata sarà sul processo per il petrolchimico di Marghera, storia che la redazione sta ricostruendo minuziosamente e faticosamente, ogni giorno studiando carte e parlando con qualcuno. Oggi, un famoso avvocato milanese. Milena se n’è venuta a Milano da Bologna, dove abita, con i suoi attrezzi. Li appoggia su una sedia dopo essersi fatta largo, si toglie gli occhiali di Paperinika ed emette uno sbuffo come di chi ha un sacco da fare ma ne avrebbe anche abbastanza. “Spostati, ragazzino, e lasciaci lavorare”, era l’impressione che avevo tratto dalla prima telefonata in cui le avevo chiesto se potevamo vederci e fare due chiacchiere. Mi ero offerto di inseguirla a Roma, a Ravenna, elemosinare qualche brandello di conversazione, fare le quattro domande idiote che si possono fare in queste condizioni, tra un’intervista e un turno di montaggio, ma ero stato rimandato a dubbi momenti migliori: “spostati, ragazzino, e lasciaci lavorare”. Il virgolettato è mio, non l’ha detto davvero, solo la mia impressione, appunto: lo so che l’avevate capito e che non siete mica cretino, ma alla fine di questo pranzo nel bar ho ricevuto una sola istruzione, “l’unica cosa che ti chiedo è che i virgolettati siano parole mie”. E la ragazza mi intimorisce, come avrete capito, quindi obbedisco e non fate storie.

Comunque, i momenti migliori sono arrivati, e ci mangiamo un panino in questo bar affollato. Stivali, cappotto spigato e lunga sciarpa di lana, occhiali di Paperinika, Milena Gabanelli mi spiega subito del suo incontro con il famoso avvocato, di cui però non posso parlarvi perché mi ha chiesto così (allora non era “l’unica cosa che ti chiedo”!) e come sapete la ragazza eccetera. Però la ragazza è stanca, e si vede. “Report” va avanti da sei anni ormai, ma non è quello: a domanda “non vorresti fare qualcosa di nuovo e diverso?”, lei risponde “no”. Mai pensato a fare altro? “La barista”.

Da cameriera ha lavorato, una volta, e anche questi lo devono aver percepito, e si addolciscono. “Vorrei riposarmi”, dice. Poi, parlando, si capisce di cosa è stanca. Di essere sempre malvista da tutti, di essere attesa come la rompipalle ancora prima di varcare il portone dei suoi intervistati. Di ricevere risposte ostili, diffidenti, o addirittura di percepire l’ostilità nell’aria. Fattostà, dico io – non ti arrabbiare – ma se da sei anni una fa le migliori inchieste televisive in circolazione, che piantano grane preparate e competenti su questioni grandi e piccole – altro che iene e gabibbi – il prezzo che paga è di non essere proprio benevenuta dentro certi portoni, quando arriva con telecamera digitale e treppiede. “Già”.

Milena Gabanelli, mi sono documentato, ha qualche anno in più di quelli che dimostra.  Si è laureata al Dams a Bologna. Ha cominciato a collaborare con la Rai regionale nel 1981, “il mio primo pezzo riguardava la musica popolare in Giuseppe Verdi”. Poi collaborazioni e contratti a termine con Raitre, con il Tg1 e con Mixer. Si fa un po’ di guerre e  posti caldi nel mondo. Nel 1991 è tra i primi in Italia a usare la videocamera e cavarsela da sola, e nel 1994 Minoli le dà un programma basato su questa nuova agilità, che si chiama “Professione reporter”. Da cui, tre anni dopo nasce “Report”, che ancora oggi è basato sulla stessa tecnica e su un lavoro minuzioso di ricerca: “la vera differenza tra noi e gli altri è che noi dipendiamo meno dall’attualità stretta, e possiamo lavorare meglio in profondità. Al giornalismo occorre dare tempo, e quasi tutto ora è fatto di fretta, quindi non si vede granché di interessante”. “Report” ricomincia in seconda serata, “che è il suo posto”, salvo la prima puntata che va in prima. La puntata dell’anno scorso sulla Siae ancora se la ricordano, quelli che l’hanno vista, quelli della Siae e la Rai che ne ha avuto parecchie grane dagli interessati. Ci sono offerte o opportunità diverse che hai scartato, in vita tua? “Le uniche che ho avuto le ho colte al volo: mi sono sposata con l’unico uomo che me lo ha chiesto”. Milena ha una figlia, e un desiderio, vederla presto: Giulia, 17 anni, si sta facendo un anno di studi in un angolo perduto dello stato di Washington, un oceano e un continente più in là. Se ne parla quest’estate. Desideri più immediati? “Vorrei essere arrestata ogni volta che uso l’automobile in centro città”. La ragazza è intransigente, ma fragile: condensa in se stessa la fallibilità umana e il desiderio di emendamento, inclinazione al peccato e tensione autocritica. Ma i vigili sono indulgenti, e anche i camerieriora girano con garbo intorno ai suoi aggeggi. Anch’io comincio ad avere un debole e adesso che mi intimorisce un po’ meno (sono pur sempre al bar con una ragazza appena conosciuta, che diamine), le dico di una cosa che mi avevano raccontato di lei, una battuta cinematografica che si diceva le fosse piaciuta molto. “Era la sola buona battuta di un pessimo film militare con De Niro e Cuba Gooding junior: quando il secondo chiede al primo chi gliela fare di battersi così per farcela e averla vinta tra mille ostacoli e avversari – “Perché lo fai?” – ti aspetti una risposta solenne e retorica da film americano patriottico”. E invece cosa risponde, quello? “Perché mi piace rompere il cazzo”.

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