Bisogna saper vincere

Già, e se poi uno è vittima, può fare del vittimismo? O adesso comincia quell’andazzo irridente e cinico che già colpì i buoni accusati di buonismo? La distinzione tra vittimista e vittima sta nella definizione del fallo di simulazione: Totti che va giù in area è vittima o vittimista? C’è uno scarto di tempo tra la vittima e il vittimista: vittima lo sei al momento del sopruso, vittimista lo diventi dopo. E questo scarto di tempo rende possibile la convivenza dei due titoli: vittima e vittimista. Quindi si può dare del vittimista a una vittima, evidentemente. Manganellarlo nelle caserme, mandargli avvisi di garanzia durante i G8, annullargli i gol validi, e poi aspettare solo che si azzardi ad aprire bocca, quel piagnone. Vittimista. Tutto già visto, con il buonismo, appunto. Divenuto un alibi dei cattivisti per essere cattivi: comportarsi bene è diventato buonismo. Oppure con la costruzione dell'”orrore del politically correct”, per cui adesso se dici una cosa di lampante sensatezza e giustizia, la sua lampanza diviene motivo per ridacchiarne: cedere il passo a una signora, che cosa stupidamente politically correct. Volere aiutare i poveri e i deboli, poi. L’invenzione dell’arma impropria del buonismo è stata un lavacoscienze provvidenziale. E adesso che c’è anche il vittimismo, liberi tutti.
Non sono poveri e deboli, Totti e Vieri. Non sono nemmeno simpatici. Non è povero e debole Berlusconi (magari è simpatico, non lo conosco). Non è povero e debole chi si lamenta delle decine di milioni che deve pagare di tasse. Non lo è chi perde un programma in prima serata. Non lo era quello che pretese di andare a contare e ricontare i voti per settimane prima di dare al suo paese un presidente, e non era nemmeno italiano. Chi non è povero e debole non dovrebbe fare la vittima, per senso del decoro e della misura. E soprattutto per non creare questo mostro del vittimismo che poi colpirà le vittime vere, povere e deboli.
Ciò detto, piuttosto che del vittimismo (che poi c’è gente che si fa da parte quando perde il posto di capo del governo, gente che si dimette da ministro della giustizia quando riceve un avviso di garanzia, gente che va in galera quando è condannata innocente), l’Italia è il paese del ridicolo e del suo sprezzo: è il paese della perdita della misura, della dignità e del senso delle cose. Il paese del revisionismo come valore, per cui mettersi la scarpa destra al piede sinistro e viceversa diventerà un giorno un’acuta proposta di dibattito. Va a finire che la polizia porterà le molotov alle manifestazioni. Sui giornali internazionali in questi ultimi giorni è stato irriso come un delirio di folclore in via di sviluppo l’happening della santificazione di padre Pio. Sono state irrise in un anno una dozzina buona di iniziative prese dal corrente governo. È stato irriso un settimanale che ha dedicato la copertina a una presunta minaccia cancerogena legata alle monetine. È stata irrisa la pratica voodoo di Trapattoni. Adesso, a cominciare dal Wall Street Journal di ieri, tutti sghignazzano della nota cospirazione anti italiana ai mondiali. È vero che capita che le irrisioni siano altrettanto ridicole e ignoranti, come avvenne con le insurrezioni francesi dei mesi scorsi. È vero che anche la constatazione delle patrie stupidaggini può diventare un vezzo che culmina nelle dichiarazioni di fuga all’estero. Ma non esiste nessun altro paese delle cui cose si rida altrettanto, nel mondo: né esiste qui da noi, nemmeno il Giappone e i giapponesi. Siamo i giapponesi del mondo, siamo quelli che Obelix si batte la testa e dice Sono Pazzi Questi Romani. Certo, il vittimismo fa parte di questo supremo sprezzo del ridicolo, ma come si è giustamente detto della nazionale ai mondiali: se giochi bene e vinci, non hai bisogno di fare la vittima. Ecco, di quello che è avvenuto nella partita contro la Corea, giocata male e persa per sopruso, il tratto più fedele all’attitudine di un popolo non va cercato nella lagna per il sopruso, ma nel gioco mediocre. Il vittimismo non è frutto dell’incapacità di perdere, ma dell’incapacità di vincere.