Il primo scalpo di internet

“Il primo scalpo di Internet” è stato scotennato ieri. Secondo il columnist del New York Post John Podhoretz, il primato va alla laccata capigliatura del leader dei repubblicani al Senato americano, Trent Lott. La storia è su tutti i media americani da dieci giorni, ma su alcuni media da quindici, e questa è la storia nella storia. Cominciamo con la prima.

Il 5 dicembre si è festeggiato il compleanno del senatore Storm Thurmond. Non un compleanno qualsiasi. Il centesimo compleanno. Thurmond è una discussa istituzione del Senato: in cent’anni è stato molte cose, e non tutte onorevoli. Abbandonò il partito democratico, mezzo secolo fa, per candidarsi alle Presidenziali con un suo partito segregazionista. Poi passò ai repubblicani e guidò molte battaglie reazionarie e contro i diritti civili. Si adeguò un po’ alla volta al mutare dei tempi, invecchiò molto, ruggì ancora qua e là, e ora è arrivato al centenario, che non è poco. Quindi, festa di compleanno, con compagni, amici e presidente Bush in persona. Foto di gruppo, eccetera. Il senatore Trent Lott, leader parlamentare del partito, prende la parola e colma di lodi il festeggiato, rammaricandosi in conclusione che nel 1948 Thurmond non abbia vinto le Presidenziali: “Se anche il resto del paese lo avesse votato come facemmo noi del Mississippi, non avremmo avuto tanti problemi in tutti questi anni”. Qualche imbarazzo tra i presenti, qualche commento tra i giornalisti. Il giorno dopo, il fatto che la maggior carica parlamentare della maggioranza si sia detto dispiaciuto che un partito razzista (“tutte le leggi di Washington e le baionette dell’esercito non basteranno a far entrare i negri nelle nostre case”, diceva allora Thurmond) non abbia vinto le elezioni mezzo secolo prima viene duramente attaccato. Ma viene duramente attaccato solo da Josh Marshall, giornalista liberal, collaboratore di testate online e curatore di Talking Points Memo, uno dei weblog più seguiti tra quelli che si occupano di politica (come sanno i lettori del Foglio, un weblog è una sorta di giornale personale su Internet, misto di commenti e rassegna stampa). Un canale tv trasmette il discorso, il Washington Post sottolinea senza enfasi il passaggio imbarazzante, ma giornali e telegiornali lasciano correre, tanto che Marshall fa passare un altro giorno e attacca Inside Politics, il programma della Cnn che ha intervistato Lott senza chiedergli nulla della sua battuta. Anche The Note, il blog della Abc, aveva contestato Lott, in fondo a una pagina occupata però quasi per intero dalle dimissioni del ministro del Tesoro Paul O’Neill. Ma intanto li stanno seguendo altre firme illustri dei blog americani: a cominciare da Andrew Sullivan e da David Frum della National Review, vicini ai repubblicani. I quali chiedono che Lott si dimetta, per non creare ulteriore imbarazzo e danno al suo partito, dentro il quale la questione razziale è una ferita chiusa da poco.

Tra i blogger si scatena la caccia alle vecchie dichiarazioni di Lott, ed emergono scheletri: opinioni simili le aveva espresse già altre volte, quando si oppose all’istituzione della festa nazionale intitolata a Martin Luther King o quando difese un regolamento universitario contro la promiscuità razziale. Messe tutte in fila, si notano di più. Il caso Lott esplode. A chiedere le sue dimissioni si affrettano più i suoi compagni di partito, preoccupati del danno, che i suoi avversari, che si fregano le mani e d’ora in poi lo ritengono ricattabile politicamente. Bush condanna l’opinione espressa da Lott, che comincia a scusarsi davanti a ogni telecamera che trova, ma in modo poco convincente. La sua faccia è sulla copertina di Newsweek e Time lo demolisce, tra l’altro anche con un severo attacco di Sullivan. Lui prima non molla ma alla fine, ieri, si dimette da leader dei repubblicani al Senato.

L’altra storia sta nei riconoscimenti della stampa all’informazione dei weblog. Il Washington Post: “La stampa sbadigliava, online la situazione era diversa. Se non vi eravate accorti del caso politico più importante di questi tempi, è perché quasi tutti i giornali l’hanno ignorato”. Time: “I giornali hanno commentato solo dopo alcuni giorni: ma intanto i blogger stavano protestando su Internet”. “Non c’è niente di più bello che guardare un nuovo mezzo di comunicazione maturare davanti ai nostri occhi”, aveva annunciato Podhoretz nel suo articolo sul primo scalpo di Internet: “I blog hanno guidato la campagna contro Lott e le sue impressionanti lodi del segregazionismo. Se Lott si dimetterà, cosa auspicabile, bisognerà riconoscere questo risultato alla blogosfera”.

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