Cosa resterà

E quindi gli anni Ottanta non sarebbero quella cuccagna di volatili eccitazioni – i Duran Duran, Deejay Television, il mondiale spagnolo, Mork e Mindy, gli A-ha e Kid Creole, Rambo e John Belushi – che poi avrebbero costituito le solide fondamenta della nostra formazione culturale: ma viene fuori che si tratterebbe del decennio del rock sanguigno, da puristi, incensato dalla critica e riverito dall’intelligentsia, il decennio degli U2 e di Unforgettable Fire. E la contraddizione si potrebbe risolvere tracciando un solco, anche in quei tempi, tra l’impegno e il disimpegno, tra la leggerezza e la serietà, tra le piste da ballo e le folle dei concerti. Ma così non fu: gli anni Ottanta furono un tempo terzista, ci stava dentro tutto, e niente lo mostra come il fatto che la canzone più nota del disco rock del decennio – In the name of love – spopolava nelle discoteche. Così come si ballavano i Police e gli Smiths, allora. Il deejay mixava In the name of love con Don’t you dei Simple Minds e Out of touch di Hall & Oates. C’era la versione dance di Josephine di Chris Rea. E tra quelli di Band Aid c’erano, assieme, gente degli Heaven 17 e degli U2 e delle Bananarama, David Bowie, Sting, Paul Weller e Marilyn (cielo, Marilyn! Mi viene da piangere).

The Unforgettable Fire fu pubblicato nel 1984. Sta compiendo vent’anni quindi. Gli U2 venivano da un considerevole culto e successo tra i patiti dell’ala più rock della new wave britannica. Nei loro primi tre dischi stavano già dei classici che l’anno prima erano stati riassunti nel minilive Under a blood red sky: Sunday bloody sunday, New year’s day, Gloria, I will follow. La batteria e le chitarre che aprono il disco erano già un marchio di fabbrica, ma da lì diventarono la-musica-degli-U2, quel tratto personale di certe band che le rende diverse dagli altri e al tempo stesso continuamente a rischio di ripetersi (pensate a quanto si sarebbero somigliate poi le migliori canzoni di The Joshua tree). Ma poi partiva la voce di Bono, a fare il resto. Lo stesso apparecchio costruiva l’attacco della canzone-che-dà-il-titolo-all’album, come si diceva: che rimane probabilmente una delle cose migliori che gli U2 si siano mai inventati, piena di trovate e impreziosita da quel sigillo che arriva dopo tre minuti e diciotto e fa “And if the mountains should crumble, or they disappear into the sea…”: andrebbe mandata nello spazio agli alieni, quando si confezionano quelle timide esibizioni di cosa siamo capaci di fare noi qui, piccoli terrestri.

Prima, però, c’è In the name of love (formalmente “Pride”), che si saltava come dei matti, ai concerti e nelle discoteche. Nelle discoteche, poi, si è smesso di saltare: con l’avvento della house prese forma quella metamorfosi dei movimenti per cui dal muovere molto le gambe e poco le braccia, ci buttammo tutti a divincolarci e sbracciarci senza mai spostare le suole delle scarpe: sarà stato l’affollamento. Ai concerti, invece si salta sempre: l’ultima volta che ho visto gli U2 dal vivo la parte più eccitante di tutto quanto era il terremoto provocato da ottantamila persone che zompano come matte. Comunque, quel giro di chitarra è un altro pezzo si storia del rock e un o potrebbe andare avanti a canticchiarlo per ore: parapan-panpan-panpan-panparapapan, panpan-panpan-panparapapan, panpan-panpan-panparapapan… Anche in Pride ci sono dei versi perfetti, quelli che nascono fatti per quel passaggio, che non puoi spostare una sillaba, una vocale: “Early morning, April 4…”.

Non so, me ne rendo conto mentre scrivo: per quelli della mia generazione forse questo fu uno degli ultimi dischi di cui ci si ricorda ogni passaggio, ogni assolo, ogni strumento. Di cui sappiamo un istante prima quando sta entrando la chitarra, e quanto durerà il trascinare dell’ultima vocale da parte del cantante. Quel rapporto che hai con un disco quando sei ancora ragazzo e hai tempo da perdere: tempo di leggere i testi e cantarli mentre acolti il disco, tempo di ascoltare la musica e guardare il soffitto senza fare nient’altro.
Gli U2 nel 1984 arrivarono ovunque. Andarono sulla copertina di Time e diventarono la Band con la bi maiuscola. Duri, puri, e mainstream insieme. Una delle poche grandi band ad aver saputo sfuggire alla maledizione del “mi piacevano gli U2, ma i vecchi U2…”. Dagli anni Ottanta a oggi, nessuna rock band ha fatto un botto di critica e di pubblico come il loro. I Police sono morti giovani e la loro immagine è stata immelensita dalla piega presa poi da Sting. I Rem ci sono andati vicini, ma hanno mancato di ruvidezza e di voglia di entrare nello star-system. I Radiohead sono troppo difficili e discontinui. Come se volessero provocare questa loro incapacità di sbracare, di diventare “commerciali”, di imborghesirsi, a un certo punto – dopo aver cantato con Sinatra, dopo aver fatto cover di canzoni natalizie e di canzonette soul – gli U2 hanno deciso di bagnarsi nel lavacro sommo di ogni dignità rock: la canzone con Pavarotti. E sapete che c’è? Gli è venuta bene pure quella. Se la settimana prossima, vent’anni dopo, Time mettesse ancora in copertina la faccia di Bono, non si meraviglierebbe nessuno.

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