Prima del successo vodafonizzato, quando lessi le note biografiche di James Blunt – che aveva fatto un bel disco – trovai di una cosa che sembrava costruita ad arte per vendere il personaggio. Aveva fatto il soldato, era stato in Kosovo, e altro. La storia era ripetuta identica anche nelle parole sui siti che parlavano di lui, ma effettivamente non era male e con qualche dubbio la usai anchio. Dopo, la vidi diventare il titolo principale negli articoli su Blunt dei mesi successivi. Funzionava, quella storia: il disco non ne aveva bisogno, ma i caporedattori sì. E poi è sempre più facile parlare di una persona che di una musica.
Adesso la giornalista che produsse il comunicato stampa, è fiera del suo successo
Guardian, Vanity Fair