“Saranno grandi i papi, saran potenti i re, ma quando qui si siedono son tutti come me”

Questa oculata considerazione fa parte dei miei memorabilia infantili: in un ristorante di mare frequentato dalla mia famiglia e affollato di scorze di crostacei, reti da pesca, conchiglie e suppellettili kitsch, l’iscrizione adornava la piccola riproduzione in ceramica colorata di un gabinetto. Forse dovrebbero riprodurla (la scritta) nei seggi elettorali, al posto del crocefisso.

La lettera di Antonio Socci al Foglio di oggi mi ha dato da pensare. La contraddizione che pone è di certo assai efficace, e ho cercato di capire se metteva in contraddizione anche i pensieri miei, oltre che quelli di molti che si sono espressi in questi mesi.

Al direttore – Va benissimo l’amnistia e va benissimo l’evocazione del discorso di Giovanni Paolo II alla Camera che fanno Pannella e il Corriere della Sera, suo solerte amplificatore, per “l’amnistia necessaria”. Mi resta solo una domanda: quella non fu un’inaudita ingerenza vaticana che mise in pericolo la laicità dello Stato? O perché?


La risposta è no: per quanto mi riguarda la contraddizione non c’è. Io non ho mai detto che le gerarchie ecclesiastiche debbano tacere o non dire la loro anche sulla politica del paese, o sulla ricetta del cacciucco. Penso che ne abbiano diritto né più ne meno del mio lattaio, in qualsiasi contesto ritengano di farlo. Penso solo che non si debba dare alle loro parole più peso di quanto se ne dia a quelle del mio lattaio, o alle mie. E che l’indignazione dovrebbe invece essere rivolta nei confronti di chi è stato eletto dal mio lattaio, da me, e dal cardinal Ruini per rappresentarci in uno stato laico, ma obbedisce più a quest’ultimo che a noialtri. Le cose si giudicano per il loro valore, e non per chi le dice.

E sì, lo stesso vale anche per le parole del Papa sull’amnistia. Non è perché l’ha detto il Papa, che l’amnistia è sacrosanta. Che poi si possa riflettere, come diceva Battista ieri sul Corriere, su una classe politica che si sdlinquisce in vuoti simboli di piaggeria come l’apposizione di una targa commemorativa in parlamento per ricordare la visita di un Papa salvo fregarsene delle sue sagge proposte, è un altro paio di maniche

Il Foglio