Il procuratore Tinti, che sta indagando sui presunti falsi in bilancio juventini e si occupò del caso Telekom Serbia, si fece apprezzare qualche anno fa da Antonio Tabucchi, che partecipò con lui a una puntata di Pinocchio su un noioso caso giudiziario, e ne scrisse le sue impressioni:
“Un altro partecipante alla trasmissione, un signore attaccato a uno smisurato fiocco al collo, è invece intervenuto opportunamente per dire che lui di quel processo non sapeva assolutamente niente, perché le carte processuali non le aveva lette. Anzi, le carte processuali non le legge mai, perché ha altro da fare, e grazie a questo privilegio non poteva neppure dire se Valpreda fosse colpevole o innocente (Valpreda, si ricorderà per i più giovani, era un ballerino anarchico che per tutta una serie di loschi depistaggi istituzionali servì come capro espiatorio per coprire i veri responsabili delle bombe di Piazza Fontana nel 1969. Finì in galera. Molto più tardi la Magistratura stabilì che le bombe erano fasciste e Valpreda fu prosciolto). Ho cominciato a fantasticare sulla vita privilegiata e certo spensierata di quel signore superdotato di papillon. Ah, che invidia mi provocava il candore che emanava dalle sue parole! Costui era indenne, fenomenologicamente parlando, dalle maggiori brutture capitate all’Italia nell’ultimo trentennio. Non sapeva niente delle bombe fasciste, di un poveraccio che servì da capro espiatorio, di un questore di Milano che annunciava trionfalmente alla stampa di aver individuato i «mostri», di un ferroviere anarchico di nome Giuseppe Pinelli trattenuto abusivamente in una questura di questo nostro magnifico Stato di diritto e inspiegabilmente precipitato dalla finestra a causa di un «malore attivo» (secondo la definizione del magistrato che chiuse l’inchiesta). E che privilegio, pensavo, rispetto a chi conosce invece la coniugazione, oltre che dei verbi attivi, anche di quelli passivi e deponenti! La Storia gli era passata accanto senza sfiorarlo, e dentro di me formulavo bizzarre ipotesi sulla sua vita. Un collezionista di licheni? Un navigatore solitario? Uno stilita sceso dalla sua colonna che era passato un attimino dallo stilista prima di venire in trasmissione? Quando la telecamera non mi riprendeva ho approfittato per chiedere sottovoce a un tecnico quale straordinario mestiere egli facesse, e ho appreso che è un magistrato della Repubblica italiana, il dottor Tinti. A quel punto sono ricaduto in me”
Corriere della Sera, 5 marzo 1999