Una volta le classifiche dei dischi più venduti (le hit-parade) erano un evento e una passione: era come seguire il campionato di calcio. Ora i tempi sono cambiati, le cose sono diventate più complesse e meno attendibili, la musica più volatile, e le classifiche hanno perso forza in tutto il mondo: anche se in inghilterra sono sempre un momento forte per gli appassionati.
Non guardavo una classifica italiana da anni, e trascuro con totale disincanto le brevi sui giornali che parlano di questo o quel successo in classifica: i fattori che incidono sono spesso batter d’ali di farfalla, e ci sono settimane in cui si arriva al numero uno solo avendo una famiglia numerosa.
Oggi sono capitato sul sito ufficiale della FIMI. Ci sono molte considerazioni interessanti sulla classifica degli “album”. Ne dico due delle mie. Una è che si può leggere come ci sia uno sfasamento tra i dati forniti dai negozi di dischi e quelli della “grande distribuzione”, per cui alla fine quelli che si vedono non sono i dischi più venduti “della settimana”, ma una specie di pasticcio a cavallo di undici giorni. L’altra è che al numero 30 c’è “Wish you were here”, al 35 “The wall” e poi via via tutta la discografia dei Pink Floyd. C’è anche “Made in Japan” dei Deep Purple, e “Back in black” degli AC/DC, all’88. Non so cosa voglia dire – le classifiche sono fragiline o i Pink Floyd stravendono – ma non è male.
FIMI
Una mela