Ok, ma è una sconfitta, non una vittoria

Giuliano Ferrara in risposta al Sofri anziano di ieri:

Più o meno, il mio stato d’animo è quello dei lettori. Perciò approfitto per rispondere a Adriano Sofri, che ieri nella piccola posta ha detto cose anche troppo ragionevoli sullo stato d’eccezione e sullo spirito di legittima difesa in cui devono agire coloro che intendano salvare la vita di un ostaggio. Io continuo, trent’anni dopo il dissenso sul caso Moro, a pensare in modo forse irragionevole che lo stato di regola non tratta con i terroristi; nel caso lo faccia, e può succedere che le circostanze consiglino di farlo, deve eventualmente servirsi di un mediatore umanitario, non mettersi al suo servizio, abdicare, mostrarsi debole e vinto, rafforzare le ragioni del nemico. Quando poi abbia accettato la sconfitta, che ricade su tutti perché il collasso tradisce un dovere di protezione che è la base della vita dello stato, la sua legittimazione, lo stato deve pudicamente e sobriamente cercare di riparare il danno. Invece di tenersi il turbante in testa, incensare e complimentare l’universo mondo, cazzeggiare sulla diplomazia dei movimenti, litigare in modo vanitoso sul brand Emergency e sui servizi segreti, paragonare la porcilaia di Dadullah a Guantanamo, i protagonisti di questa storia avrebbero dovuto fare altro: e il governo avrebbe dovuto riscrivere il decreto rafforzando le difese dei soldati italiani in Afghanistan, e del personale civile, esposti a rischi maggiori dopo il rilascio di Mastrogiacomo”

Il Foglio