Poi hai voglia a dire che la musica è cambiata, e gli mp3 e l’iPod e le canzoni usa e getta: prima di cedere il futuro ai giovani, un sacco di noi nostalgici si sfoglia con commozione e senso di altera superiorità la sua collezione di copertine di cartone e vinili d’epoca. Hai voglia a stare al passo con la modernità e scaricare questo e quello e farsi le playlist: uno non ha il coraggio di dirlo, ma ha appena recuperato dalla soffitta i 33 giri degli Style Council per appoggiarli sul pavimento del soggiorno, per bellezza.
Poi ci sono quelli che hanno il coraggio di dirlo, come Ernesto Assante e Gino Castaldo, autori di 33 dischi senza i quali non si può vivere, che dicono: Il nostro libro, insomma, odora di vinile, racconta un’epoca, una maniera di far musica, che in qualche modo è finita. E della quale, almeno per noi, è difficile fare a meno.
Il loro libro – nel solco delle liste da isola deserta – racconta con dovizia di aneddoti, ricostruzioni e analisi da critici musicali di tanta fatta (Assante e Castaldo sono una specie di Mazzini e Garibaldi della storia del giornalismo musicale italiano) 33 dischi che i due si porterebbero sulla suddetta isola deserta (presumendo di avere con sé un giradischi e una vulcanica forma di alimentazione elettrica). La selezione è fieramente personale e va da capolavori da museo come Pet Sounds dei Beach Boys a scelte più originali come Autobahn dei Kraftwerk e A rainbow in a curved air di Terry Riley (ci sono dischi che sono come le carte geografiche), il racconto è da mettersi comodi, con lo stereo acceso. Una cosa per clienti di eBay, più che di iTunes.
Vanity Fair
