Traslocando

Secondo me quello che è successo è questo. C’è stato un congresso di partito: molti pensano che i congressi di partito si debbano fare come i congressi-di-partito. Forse hanno ragione, o forse niente si deve fare esattamente in un modo obbligato, soprattutto quando si annunciano grandi cambiamenti.

Quindi gli oratori oscillavano tra due inclinazioni, consapevoli che niente nel nostro mondo avviene più a porte chiuse e neanche socchiuse: quella di parlare al congresso, all’uditorio dei delegati, con i linguaggi da cerimonia, e quella di parlare al resto del paese, facendosi ascoltare e capire. Molti si sono barcamenati tra l’una e l’altra tentazione: alcuni, come Bersani che ha fatto un bell’intervento, hanno parlato al congresso ma come se parlassero a persone normali. Altri, come Prodi, hanno parlato al congresso come se prima di spengere la luce parlassero alla propria moglie, che sta dormendo da una buona mezz’ora.

Infine, ai due estremi dello spettro, stavano i soliti due mattatori. Walter Veltroni, che ha parlato solo al mondo fuori, agli altri, ricordando provocatoriamente in più di un’occasione ai presenti che loro non contavano un centesimo più di chiunque altro, che il PD non raccoglie nessuna eredità, che non c’è “nessun filo ininterrotto”, che tutto questo con Livorno non c’entra niente, e che se proprio il PD ha un pantheon, in quel pantehon ci sono Gandhi e MLK e Mark Twain. Neanche una parola per trattenere Mussi, a differenza dei colleghi: “ci ritroveremo”, ma ora abbiamo da fare sul serio. Si ricomincia da zero e vanno coinvolti tutti. E Massimo d’Alema, che con la solita gigioneria ammiccante ai vecchi-compagni-di-mille-battaglie ha fatto come quello che torna al bar del paese dopo essere stato nella capitale, e ha scaldato i cuori dei presenti che si sono sentiti come quando Guccini cantava La locomotiva alla fine dei concerti. Si ricomincia da dove avevamo lasciato ed è una cosa che riguarda noi, cari-compagni-e-compagne. Il mondo fuori, intanto era tornato a farsi i fatti suoi

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