Che il ruolo più significativo nell’ultimo mezzo secolo della società occidentale sia stato quello del deejay, è cosa di cui si è scritto abbondantemente: e mi riferisco alla responsabilità in senso ampio di scegliere e offrire buone selezioni dallo sterminato catalogo di contenuti, prodotti e talenti dei nostri tempi. Sono deejay i deejay, ma anche i compilatori di palinsesti, i redattori delle rassegne stampa, i galleristi d’arte, gli shop assistants, e così via.
Quindi non suoni come una presa di distanza dalle grandezze avanguardistiche della categoria la mia preghiera per l’anima dei rimasugli, della risacca del fenomeno, delle disgraziate retroguardie del settore: i deejay dei locali turistici estivi.
I deejay dei locali turistici estivi sono un caso disgraziato che suggerisce a turno sentimenti cattivi o solidarietà pietose. Sono quelli che fanno le serate revival e urlano a un pubblico di abbronzati quelli di Milano, su le mani! (e poi quelli di Napoli, e quelli di Roma, la capitale!, eccetera). Sono quelli che nel 2007 ancora mettono Si trasforma in un razzo missile o Com’è bello far l’amore da Trieste in giù e si sentono spiritosissimi. Sono quelli che mentre gli altri sono in vacanza, e si può loro concedere un’indulgente alibi alla cialtroneria estiva – un’ubriacatura passeggera, poi a settembre torneranno persone ammodo ed equilibrate, no? – loro invece ci sono dentro fino al collo, almeno quanto i redattori dei rotocalchi pettegoli (e delle ampie sezioni pettegole dei restanti giornali). Ecco, il deejay dei locali turistici estivi sta alla musica come il redattore di pettegolezzi sta al giornalismo: e in molti casi, entrambi vorrebbero fare di meglio. Ma il locale è sempre affollato, e l’edicola anche.
Vanity Fair