Qualche anno fa il giornalismo italiano cominciò a essere contaminato da una forma di scrittura in prima persona, o che almeno prendeva spunto o vivacità dal riferirsi a vicende personali di chi scrive: un po’ per una maggior frequenza con il giornalismo americano che vi è più avvezo, un po’ per contaminazione da blog. Se ne discusse, perché se è vero che il rigore della scuola tradizionale italiana era eccessivo e noioso (la volta che Repubblica ospitò un mio pezzo in cultura e cominciava con “Sono seduto…”, a una mia cara amica e maestra direttore si rizzarono i capelli in testa), è anche vero che lo it’s-all-about-me-journalism può generare mostri (e lo testimoniava la rubrica “e chissenefrega” di Cuore), e l’equilibrio è sempre difficile da trovare. In più, nelle redazioni italiane – chiuse e ignare di quel che succede fuori – c’è sempre stata la tendenza a individuare improvvisamente una notizia nel momento in cui tangeva la vita di uno dei redattori: mi ricordo la mia ingenua meraviglia quando un vicedirettore milanese, invece, decise di fare un pezzo sui Motorola che non funzionavano perché si era rotto il suo.
Detto tutto questo, mi pare che la vicenda di Ernesto Galli Della Loggia, si inscriva perfettamente in quest’ultimo solco: è stato in albergo, ha avuto freddo, e oggi ha scritto un pezzo sul Corriere sull’assenza di coperte negli alberghi moderni