Bùm!

Qualche tempo fa Filippo Facci, giornalista del Giornale diretto nella forma e spesso esatto nei contenuti, scrisse nella sua rubrica quotidiana un commento in cui si rallegrava del tetto imposto ai compensi di chi lavora per la Rai: “non è invidia del milione di euro annui di Simona Ventura o degli 800mila euro di un Carlo Conti, o nondimeno dei 650mila euro del direttore generale Claudio Cappon”, scriveva Facci. E anche: “Penso che il canone andrebbe abolito. Penso che la Rai andrebbe privatizzata al cento per cento, o in alternativa fare servizio pubblico al cento per cento. Non penso che le varie star rescinderanno i contratti, o non tutte, né penso che altre emittenti ne faranno razzia”. Per sintetizzare le ragioni di questi suoi pensieri Facci aggiunse due considerazioni tanto forti quanto familiari a molti: “Penso serenamente, da anni, che la Rai sia una cloaca da ripulire” e “Penso moderatamente che la Rai sia il vero cancro di questo Paese, ciò che non cambierà senza che cambi davvero anche il Paese. Penso dunque, pure, che non accadrà nulla”.

Poche ore dopo la pubblicazione di quell’articolo, ventuno senatori dell’Unione diffusero un comunicato in cui se ne dicevano indignati e si auguravano “una querela e una congrua richiesta di danni da parte di chi ne ha titolo”. Il tempo di che il comunicato circolasse e la Rai annunciò l’avvenuta querela, da cui discese l’esclusione di Facci dalla puntata di “Annozero” a cui era stato invitato (non risulta peraltro nessuna querela ai danni Silvio Berlusconi, che poco tempo dopo disse “in Rai lavori solo se ti prostituisci o se sei di sinistra”).

Bene, adesso quella querela è stata depositata: per quell’articolo in cui secondo il testo “manca un pur embrionale apparato critico” la Rai chiede a Filippo Facci e al Giornale un risarcimento di “dieci milioni di euro”

Questa è la notizia. L’opinione ognuno se la faccia come si sente.

Vanity Fair