Consigli per Cloverfield

Di “Cloverfield” non si può raccontare la fine, per non rovinarlo. E non si può nemmeno raccontare l’inizio, per non rovinarlo. Vi sarà difficile, perché se ne parla molto, ma la condizione migliore per goderselo è non saperne proprio niente. Certo, vorrete almeno capire se è il vostro genere, e quindi una minima descrizione è necessaria: dirò allora che è un film col mostro che invade la città. E che è una via di mezzo tra “Godzilla” e “Blair witch project”, ma meglio di entrambi. Insomma, una baracconata americana d’azione che si giudica in base a questo: ho mai guardato il mio vicino di poltrona, nel cinema? Se la risposta è no, il film è buono, come in questo caso: e altro non bisogna chiedergli. Tra l’altro, non bisogna chiedergli come accidenti fanno le batterie della telecamera attraverso cui è raccontata la storia a durare così tanto. E se avete letto che viene il mal di mare, per via della scena vista sempre attraverso la suddetta telecamera sballottata tutto il tempo, beh, state tranquilli: non si vomita, è solo promozione per il film. Quanto a portarci i bambini, il mio consiglio è questo: bambini sensibili no, piccoli teppisti sì.

Gazzetta dello Sport