Provo a immaginare la prima volta, tanti anni fa. Si preparava la nuova serie di un talk-show di attualità e qualcuno in redazione suggerì: perché non invitiamo un disegnatore? Qualcuno lo guardò aggrottando le sopracciglia, ma il conduttore gli chiese in che senso?. Un disegnatore satirico, continuò quello: così, per vivacizzare. In fondo la satira bla bla bla. Il conduttore si convinse, perché la satira bla bla bla, e lo invitarono, il disegnatore. Molti commentarono, dopo: ehi, che idea avete avuto: perché la satira bla bla bla. E così lo tennero, e poi altri li imitarono.
Ora, sono passati diversi anni e non c’è spettatore lucido che non possa dirlo con sfinita certezza: i disegnatori di vignette in tv sono una catastrofe imbarazzante. Una palla mortale. Un fallimento sociale e mediatico. Il giorno dei risultati elettorali ce n’erano tre contemporaneamente su tre canali diversi, e persino Drupi (sì, La7 aveva Drupi, sui risultati elettorali) era più eccitante che sentire recitare le vignette.
Già, perché anche fossero buone (nel 90% dei casi non lo sono, che mica si improvvisa in uno studio televisivo un senso dell’umorismo: c’è gente che non ne indovina una da anni e sta in prima pagina ogni giorno), anche fossero buone, le vignette lette in tv si spatasciano nel silenzio e nei sorrisini di circostanza: o nel migliore dei casi, nelle forzate e false risate di alcuni dei presenti che ci tengono a mostrare che loro apprezzano la satira bla bla bla. In due parole, non funzionano. Sono come barzellette raccontate male, e diffondono un effetto-sfigato su tutto il programma che le ospita, nell’illusione che la satira bla bla bla. L’unica parziale eccezione è Vauro, che supplisce con l’efficacia televisiva di se stesso a un meccanismo fatale che non risparmia neanche le sue, di vignette.
C’è una vecchia frase sull’insensatezza della critica musicale, attribuita a Frank Zappa che dice: scrivere di musica è come ballare di architettura. Non aveva ancora visto le vignette raccontate in tv.
Vanity Fair