Rispettare la legge, fuorché il sabato

Torna di attualità una cosa che scrissi quattro anni fa sull’abuso dell’obiezione di coscienza in un paese civile e democratico.

Se io fossi cattolico, ma cattolico cattolico, ma cattolico cattolico cattolico, lo stesso non capirei perché si debba chiamare “obiezione di coscienza” la violazione di una legge promulgata correttamente da uno stato democratico.
A me per esempio la coscienza – a voler usare questo termine – direbbe che è assurdo che nelle scuole debbano stare i crocefissi; e se fossi un sindaco, o un assessore, troverei giusto – che poi è quello la coscienza, no? Distinguere le cose giuste da quelle ingiuste – celebrare dei matrimoni tra omosessuali; e vorrei che alle persone molto malate che lo desiderano fosse consentito di morire; e penso sia giusto che per curare dei bambini si facciano loro delle trasfusioni o dei trapianti, anche se le religioni delle loro famiglie non lo vogliono; oppure sento molti che trovano illiberali le norme sul fumo; e quelli che si sentono truffati dal pagamento del canone Rai, eccetera. E se un giorno ci trovassimo a vivere in un paese le cui leggi democratiche troviamo insopportabili, decideremmo o di sopportarle (siam fatti così: siamo sinceri democratici) o di andarcene in un altro.
Anche se fossi cattolico cattolico cattolico, un colpo di stato in nome della mia coscienza mi parrebbe un po’ scorretto, ecco. A dire il meno.