Non serve un pennello grande, ma un grande pennello

hopper_milanoDa parecchie settimane Milano è piena di manifesti che pubblicizzano una prossima mostra di Edward Hopper. Ora, posto che l’immediatezza colorata di Hopper ne fece uno dei miei pittori preferiti quando ero ragazzo, e mi piace ancora adesso che ne so un po’ di più, e andai persino a Ginevra a vedere una sua mostra per festeggiare un mio compleanno che ancora non erano trenta, vatti a ricordare, posto tutto questo che mi assolva da ogni sospetto di snobismo nei confronti del successo di Hopper. I manifesti sono fatti così: ci sono delle persone “normali”, qualunque ma comunque allegre simpatiche e “milanesi”, di quelle che la pubblicità usa spesso chiamandole per nome, che brandiscono dei quadri di Hopper, e sotto un messaggio che dice “L’artista preferito di Omar? Edward Hopper!” (ci sono nomi anche più esotici, perché siamo una città cosmopolita, chetticredi?).
Bene, all’inizio mi pareva un’idea divertente, meno ingessata dei soliti manifesti col titolo della mostra (“Edward Hopper: impressioni di luce”, o trombonate simili) e le date. Poi ho cominciato a riflettere sul fatto che usare per promuovere la comprensione dell’arte gli stessi meccanismi che si usano per vendere un deodorante per le ascelle forse non sia una buona idea. Ovvero: siamo sicuri che per comunicare che un artista è bravo sia il caso di farlo raccomandare da persone senza nessuna competenza particolare, a cui semplicemente “piace”? È una nuova frontiera dell’antielitismo, che propone che il modo migliore per capire se un artista è importante sia chiederlo al vostro vicino di pianerottolo, o alla cassiera del supermercato, come se chiedeste un consiglio su una buona pizzeria nel quartiere (“Rubens? A mio cugino non è piaciuto”).
Allora mi sono detto che però la strategia “porta la gente a vedere i musei e le mostre, con qualunque mezzo, e saremo già avanti” merita comunque rispetto, e quindi resto senza un giudizio conclusivo, come mi capita spesso. E che per il cinema già avviene da molto che conti più il passaparola della critica. Forse per questa strada diventeremo un paese di appassionati d’arte ma ignoranti e convinti di saperla lunghissima, come ci è già capitato per molte altre cose, a cominciare dalla politica. Forse la prossima tappa sarà la mostra di “Roy Liechtenstein, l’artista preferito da Cannavaro”.

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