Dal nulla, percentuali e certezze

Il ministro Alfano ieri ha spiegato alla Camera, numeri alla mano, che i processi interessati dalla legge sul processo breve saranno meno di quelli che sostengono i critici, ovvero “nell’intorno dell’1%”. Le sue cifre sono state riportate da tutti i giornali. Io non so siano vere o false (come sostiene l’opposizione), ma so che sono piuttosto sospette. Ecco come ha argomentato Alfano:

Alla data del 31 dicembre 2008, risultavano pendenti al dibattimento di primo grado 391.917 processi, di cui circa 94 mila da oltre due anni, pari circa al 24 per cento. A questo numero, per un primo fondamentale passaggio funzionale ad una corretta stima di impatto delle norme proposte, deve essere sottratto il dato relativo ai recidivi, poiché dal casellario giudiziario risulta che l’incidenza percentuale della recidiva è stimabile nella misura del 45 per cento dei soggetti condannati.
Voglio ripetermi: occorre poi escludere ulteriormente tutti i procedimenti per reati per i quali la normativa non risulta applicabile. È questo uno dei passaggi più delicati, considerato che la variegata vastità delle eccezioni previste dalla normativa non consente di effettuare valutazioni definitive sulla base dei dati disponibili, ma rende necessario un approfondimento che possa riferirsi almeno ad un campione sufficientemente rappresentativo della tipologia di processi attualmente in fase dibattimentale. Tale campione – l’ho detto già prima – è allo studio della direzione generale della statistica, in piena e fattiva collaborazione con il Consiglio superiore della magistratura.
Dunque, senza pretese di definitività e di assolutezza, per le ragioni di cui in premessa, si può stimare che, all’esito delle concrete modalità di applicazione dell’istituto della prescrizione del processo, nella forma oggi presentata al Senato, i procedimenti che si prescriveranno saranno contenuti in una percentuale collocata nell’intorno dell’1 per cento del totale dei procedimenti penali pendenti oggi in Italia

A me pare che non si possa stimare un bel niente, stando a questi numeri: a meno di non dare nuovi significati al concetto matematico di “intorno”. E mi pare che l’esposizione del ministro si possa riassumere così: “dobbiamo togliere al 24% il 45%, (e quindi ci rimane il 13,2%). Da questo 13,2% bisogna togliere un altro tot di casi che è molto difficile da calcolare perché non abbiamo dati chiari e affidabili e ci stanno lavorando alla “direzione generale della statistica”, ma anche se non sappiamo quanto sia questo tot e non sappiamo ancora quando lo capiremo, alla fine il risultato fa 1%”.
Non so, io fossi un deputato, o un giornalista che si occupa di queste cose, una domanda su come un tot vago e indistinto sia diventato nella testa del ministro (e su tutti i quotidiani) un chiaro e argomentato 12,2% me la farei. E la farei al ministro.

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