Liberi, tutti


È in edicola il nuovo numero di Wired dedicato alla candidatura di internet al Nobel per la pace 2010. Tra le altre ragioni di questa candidatura, pubblica anche questa.

La prima manifestazione di questa storia si svolse nel 1999, a Pechino. Circa diecimila persone si allinearono sui marciapiedi intorno a Zhongnanhai, il quartier generale del Partito Comunista e del governo cinese. Erano passati dieci anni dalle proteste di piazza Tien An Men e dalla sanguinosa repressione che ne era seguita, e da allora Zhongnanhai e il suo alto muro di cinta erano tornati a essere sorvegliati militarmente. Le persone che circondarono pacificamente il quartiere quel 25 aprile erano membri di un’organizzazione religiosa allora praticamente sconosciuta in Occidente, ma popolarissima in Cina, il Falun Gong. Si erano date convegno per protestare contro una crescente campagna di denigrazione delle loro attività da parte di autorità statali e accademiche, culminata pochi giorni prima in un articolo molto severo contro il Falun Gong e le sue pratiche pubblicato su un giornale universitario di Tientsin, la quarta città più grande della Cina. La loro divenne la più grande protesta pubblica in Cina dai tempi di Tienanmen, ma si sciolse pacificamente dopo che il primo ministro di allora, Zhu Rongji, ebbe promesso ai manifestanti di accogliere le loro richieste di maggior rispetto. Il Falun Gong è un movimento spirituale giovane, ma che è cresciuto in maniera rapida e spettacolare. Fu fondato nel 1992 da Li Hongzhi, un cinese allora quarantenne che oggi vive negli Stati Uniti e sulla cui formazione le notizie sono poche e contraddittorie. Tutto quello che riguarda il Falun Gong è avvolto da uno spessore oscuro di propaganda e contropropaganda. Da una parte le autorità cinesi lavorano da dieci anni per sostenerne la natura di “setta” o “culto” che plagia la volontà dei suoi aderenti e mette a rischio la loro salute con pratiche terapeutiche prive di fondamento scientifico. Dall’altra le complesse teorie religioso-spiritual-scientifiche del Falun Gong si sono mescolate a una potente campagna difensiva di comunicazione in cui spesso non è facile capire la verità. In mezzo, molti studiosi del Falun Gong hanno cercato di individuare le distorsioni dell’autopromozione del Falun Gong (non si può dire sia vero che non esista per niente un’organizzazione del movimento, né che alcuni i suoi promotori non ne abbiano tratto mai vantaggi economici, per esempio) senza però mettere in discussione la mostruosa persecuzione di cui i suoi membri sono vittime in Cina. Che cominciò da subito dopo quella manifestazione del 1999. Prima, il Partito Comunista aveva non solo tollerato la grande espansione del Falun Gong in Cina, ma aveva anche incentivato le sue terapie mediche e di benessere accessibili a tutti, e più economiche della medicina scientifica; e aveva tollerato le sue pratiche ginniche e di meditazione nel solco delle tradizioni cinesi di attività simili. Da tempo, però, nei confronti del Falun Gong si erando andati appuntando serie critiche scientifiche e dubbi etici insieme a timori che il suo seguito diventasse troppo forte e indipendente dalle ideologie e dalle pretese del regime comunista: si parlava di diverse decine di milioni di praticanti. La manifestazione del 25 aprile mise molta paura al governo cinese, e i dubbi leciti sul carattere del Falun Gong diventarono dal giorno dopo lo strumento di un’illecita persecuzione di massa. I primi arresti furono compiuti nei giorni immediatamente seguenti, in un’escalation di repressione che culminò nella dichiarazione di illegalità del Falun Gong, responsabile di “attività proibite, diffusione di false credenze, plagio, incitamento ai disordini e minaccia alla stabilità sociale”. La manifestazione di Zhongnanhai fu dipinta dalle autorità come un minaccioso assedio agli organi dello stato e le persecuzioni partirono, colpendo anche moltissimi responsabili del partito e delle autorità che avevano aderito al Falun Gong negli anni precedenti. Tra di loro, il padre di Shiyu Zhou.

Nel 1989 Shiyu Zhou aveva ventidue anni e studiava all’università Tsinghua, che è spesso definita una sorta di MIT cinese. Come molti altri studenti di Pechino, partecipò alle dimostrazioni in piazza Tien An Men e ne vide la repressione violenta con i suoi occhi: “Ma quando spiegavo ai miei amici e parenti nel resto della Cina cosa fosse successo in quei giorni, non mi credevano. Mi dicevano che era una sommossa controrivoluzionaria degli studenti, e che erano gli studenti ad avere aggredito e ucciso i soldati. Le immagini della tv facevano sembrare cattivi i buoni e buoni i cattivi. Fu allora che io e molti come me capimmo quale fosse la potenza della propaganda di stato, e ci convincemmo a venire via”.
Shiyu Zhou oggi vive e insegna a New York. Ha fatto il Ph.D. all’università della Pennsylvania ed è diventato un praticante del Falun Gong seguendo suo padre. “Mio padre e mia madre erano entrambi alti ufficiali dell’esercito cinese, ma le nostre condizioni di vita erano molto modeste. Quando ero ragazzo mio padre ebbe due attacchi di cuore, poi un cancro e un’operazione. Poi il cancro tornò, e lui provò ogni cosa, ogni medicina, per stare meglio: invano. E alla fine provò il Falun Gong: andava ogni giorno al parco a fare gli esercizi, con altre centinaia di persone, come avveniva allora. E cominciò a stare meglio”.
Il Falun Gong, come molte altre pratiche spirituali cinesi con cui ha affinità, teorizza una strettissima relazione tra mente e corpo, e le sue pratiche sono volte all’elevazione e alla cura di entrambi. Nel 1998 Shiyu Zhou seguì l’esempio di suo padre e divenne un praticante del Falun Gong, in Pennsylvania. L’anno successivo il Falun Gong fu dichiarato fuorilegge in Cina, e suo padre venne arrestato insieme a molti altri.
“Decisi che dovevo fare qualcosa per aiutarlo, e per aiutare tutti gli altri che ora in Cina erano perseguitati. E dove, se non su internet?”
Alla fine degli anni Novanta internet era già molto popolare e diffusa anche in Cina. Gli stessi membri del Falun Gong ne facevano grande uso per diffonderne messaggi e istruzioni, e la censura ne cominciò a colpire i siti allo stesso tempo in cui le persone venivano arrestate.
“Quando è arrivata internet, in Cina è arrivata la censura su internet. E dal 1999 si è dedicata con grande intensità al Falun Gong. All’inizio si limitavano a bloccare gli indirizzi IP dei siti malvisti. Allora noi cominciammo a spedire per email notizie e informazioni che in Cina erano nascoste: decine di migliaia di mail. Ma le autorità cinesi trovarono il modo di filtrare e bloccare anche quelle”.
Zhou e altri suoi compagni del Falun Gong che vivevano negli Stati Uniti costruirono un network molto assiduo ed efficace: molti di loro, come Zhou, erano ingegneri ed esperti di computer con straordinarie abilità informatiche. Crearono un’organizzazione – Global Internet Freedom Consortium – e cominciarono a ingaggiare una battaglia con la censura cinese. “Ci convincemmo a un impegno maggiore e più agguerrito nel 2001, quando vedemmo di nuovo all’opera la macchina dell’inganno che avevamo conosciuto ai tempi della strage di Tien An Men”. Nel 2001 le autorità e i mezzi di comunicazione cinesi sostennero che cinque membri del Falun Gong si erano bruciati per protesta sulla stessa piazza Tien An Men: due di loro morirono, una donna e una bambina. L’episodio fu usato per confermare il carattere di culto disumano e deviato del Falun Gong. I praticanti del Falun Gong sostengono invece che il suicidio e la violenza sono condannati dal loro movimento, e che le immagini di quell’episodio mostrano molte stranezze: che quindi non si sia trattato di una protesta di aderenti al Falun Gong, ma di un’iniziativa diversa e mai spiegata. I media internazionali se ne occuparono molto, ma l’inattendibilità delle versioni da una parte e dalla’altra ha sempre impedito di capire chi fossero davvero quelle persone. Per la campagna di discredito del Falun Gong in Cina fu comunque un grande successo, e per Zhou e i suoi amici il segno che bisognava contrattaccare. La sfida per la diffusione di informazioni online e per l’accesso ai siti di tutto il mondo sul territorio cinese ha da allora avuto un’escalation, con una svolta decisiva determinata dall’ingresso sulla scena di Bill Xia e del suo software: Freegate.
Di Bill Xia si sa molto poco. Dopo che un collaboratore del GIFC fu aggredito a casa sua, e i suoi computer furono saccheggiati, le persone del GIFC sono diventate molto attente e guardinghe, e più prudente di tutti è il creatore del programma che ha messo in crisi la censura cinese in questi ultimi due anni. Anche lui è nato in Cina e vive negli Stati Uniti, da qualche parte sulla costa est. Preferisce non incontrare i giornalisti, e ha concesso a Wired Italia un’intervista telefonica molto puntuale su Freegate e il Falun Gong, e molto evasiva su di sé, chiedendo una comprensibile discrezione.
Prima che Xia creasse Freegate, le tecniche di individuazione degli IP di bloccare e di filtro dei contenuti usate dalla censura cinese erano diventate molto elaborate ed efficaci. “Il sistema più comune e facile per aggirare i blocchi degli IP è creare dei proxy, cioè dei server che fanno da intermediari tra chi vuole raggiungere un sito bloccato e quel sito. L’utente si dirige verso l’IP del proxy, e da lì viene reindirizzato sull’IP bloccato. Il limite di questo sistema è che non è possibile comunicare a grandi numeri di utenti interessati l’indirizzo IP del proxy senza che lo vengano a sapere anche i censori, e possano così bloccare anche quello. La soluzione è un IP dinamico, ma bisogna aggiornare tempestivamente gli utenti dei nuovi indirizzi”. Freegate fa questo: è un’applicazione che pesa quanto un jpeg, che si può spedire per mail, o trasmettere via instant messenger, o scaricare dalla rete. Una volta installata, “parla” direttamente con il proxy e reindirizza su indirizzi IP che cambiano ogni secondo. Con grandi investimenti economici e tecnici, la censura cinese si è messa in guerra contro Freegate, e Freegate aggiorna le sue successive versioni per difendersi: un progetto di munire obbligatoriamente ogni nuovo computer venduto in Cina di un filtro software interno è stato per il momento sospeso. In Cina gli utenti di Freegate sono stimati oggi oltre il milione di persone.

Ed ecco la seconda manifestazione, in questa storia. È quella del 13 giugno 2009 a Teheran, subito dopo la comunicazione dei risultati elettorali che davano vincente il presidente uscente Ahmadinejad. Accusandolo di brogli, i sostenitori del suo oppositore Mousavi scesero in strada in molte città iraniane, avviando la più grande protesta pubblica dai tempi della rivoluzione che aveva cacciato lo Scià. Nelle stesse ore, il regime iraniano sospendeva l’accesso a internet per tre quarti d’ora e approntava una serie di blocchi e filtri rispetto a molti siti e servizi online internazionali.
Pochi mesi prima, il GIFC aveva diffuso in rete una versione in farsi di Freegate, ma aveva dovuto inibirne l’uso quasi subito perché l’enorme numero di utenti iraniani aveva saturato e fatto crollare i server. Il 13 giugno, però, visto quello che stava succedendo e le richieste che arrivavano, il GIFC riaprì l’uso di Freegate agli iraniani: gli oppositori di Ahmadinejad avevano preparato da mesi la conquista di spazi di comunicazione online col resto del mondo, spazi che sarebbero divenuti essenziali in quei giorni di repressione e censura. “Il numero di utenti raggiunse il milione nel giro di 20 ore. La censura iraniana è molto meno avanzata di quella cinese, e quindi la diffusione di Freegate fu molto più rapida. Fummo di nuovo costretti a sospenderlo, e successivamente lo riattivammo solo rispetto all’accesso di alcuni siti come YouTube, Twitter e Facebook”. Fu grazie a Freegate che nelle settimane successive “la rivoluzione di Twitter” potè comunicare col mondo e riceverne informazioni. Sul sito del GIFC campeggia uno degli infiniti messaggi arrivati dagli utenti iraniani: “Voglio solo dirvi che Freegate ci ha salvati, perché durante le elezioni non c’erano strade per comunicare col mondo e voi ce le avete aperte. Quindi molte grazie a voi di Freegate. Vi adoro”.

Ho fatto a Zhou e a Xia la stessa domanda, dopo che entrambi mi avevano ripetuto che né loro né il Falun Gong vogliono fare politica e che vogliono solo ottenere che i cinesi siano liberi di praticarlo alla luce del sole. “Se non ci fosse stata la repressione, non mi sarei mai imbarcato in tutto questo”, mi aveva detto Zhou. Ma non siete fieri, ho chiesto loro, che la vostra battaglia sia diventata una battaglia più grande per la libertà e la democrazia nel mondo grazie a internet? “Siamo contenti che il nostro lavoro possa aiutare anche delle altre persone”, mi hanno risposto diplomaticamente, entrambi con le stesse parole. Allora ho insistito: fatemi capire, se il Falun Gong tornasse a essere libero e legale, cosa fareste, continuereste a lavorare su Freegate e a combattere le censure nel mondo? “Tornerei a insegnare e basta, ma sono contento se Freegate potrà aiutare altre persone”, ha risposto Zhou. “Me ne andrei un po’ in vacanza”, ha detto Xia.

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