I am the eye in the sky

È morto Eric Woolfson, il cantante di quasi tutte le canzoni degli Alan Parsons Project.

In reverenza, la playlist dello APP, da “Playlist“.

Don’t let it show (I Robot, 1977) Militante del “concept album”, Alan Parsons aveva cominciato con un disco sull’opera di Edgar Allan Poe e proseguì con uno dedicato ad Asimov. Mescolava per ideologia aziendale suoni classici, rock ed elettronica, e aveva al centro questo lento a base di organo da chiesa che incitava a tenersi tutto dentro e a non mostrare al mondo sconforti e disperazioni: mentire, dissimulare, fare come se fosse tutto normale. Una specie di inno anti-mobbing.

Some other time (I Robot, 1977) Nanannàaaa, nana nanà nananà… Una specie di flauto elettronico. E poi: pappappàaa papa papà papapà! Fiati, fiati. Pezzone epico, dove viene giù tutto il baraccone.

Shadow of a lonely man (Pyramid, 1978) I dischi della band seguivano schemi abbastanza simili, e così le canzoni. Questo è il lentone solenne conclusivo. Il migliore, nel suo genere, come grandezza melodica. Con quel giusto di malinconia da sconfitta che è a sua volta un ingrediente diffuso nell’opera del dottor Parsons. “But the sounds of the crowds when they come to see me now is not the same”, anticipa il tema di “Duchess” dei Genesis.

Winding me up (Eve, 1979) Questa è fantastica. Suono di carica del carillon, carillon, strofa precipitosa e ritornello leggero, estivo.
E poi la madre di tutti gli assoli strumentali dell’Alan Parsons Project, con il tema ripetuto in arrangiamenti crescenti: archi, flauti, pianoforte, fiati.

Time (The turn of a friendly card, 1980) Alan Parsons aveva lavorato alla produzione di The dark side of the moon e gli era rimasto in testa l’arrangiamento di “Us and them”, evidentemente. Quell’andamento marino, a onde, sospirato, lo adattò al tema dello scorrere del tempo, e fece scopa.

Eye in the sky (Eye in the sky, 1982) I fans dell’Alan Parsons Project dividono la sua opera tra le grandezze inventive di prima di Eye in the sky e la povertà di maniera del post Eye in the sky. Eye in the sky sta nel mezzo, giudizio sospeso. Perché sarebbe già un disco piuttosto banale, se non fosse per la formidabile “canzone omonima”, cantata da Eric Woolfson. Ispirata da una visita a un casinò del Nevada con le sue mille telecamere a circuito chiuso, è il trait-d’union letterario tra Orwell e il Grande Fratello televisivo. Il più grande successo della band, perfetta dall’inizio alla fine (passaggio migliore, dei molti: l’ultimo rinvigorito “I am the eye in the sky!”): ce ne sono due belle cover acustiche simili tra loro, di Noa e di Jonatha Brooke.

Silence and I (Eye in the sky, 1982) Poi un pianoforte è sempre un pianoforte. E un’orchestra è sempre un’orchestra. Qui c’è un accavallarsi di archi e fiati degno quasi di quello di “Winding me up”, e altrettanto incalzante.
Don’t answer me (Ammonia avenue, 1984) Datato quanto volete, ma ancora un arrangiamento pop coi controbirigozzi. E poi, i cori alla Beach Boys non li avevamo ancora sentiti.

Let’s talk about me (Vulture culture, 1985) “Parliamo di me, per una volta: come pensi che mi senta?”. I tempi dell’epica letteraria erano passati, I temi erano più quotidiani, ma quanto a trovate melodiche sapevano ancora il fatto loro. Sentite qui quando “I’m the one who’s losing now…” prepara l’arrivo di “talk about meeeee, for a minute!”.

Sooner or later (Vulture culture, 1985) Tutto già visto e sentito, arrangiamento e strofa. Ma il ritornello è meglio di qualsiasi cosa provi a fare Shakira. “I thought you might like to know…”, ho pensato ti potesse interessare: prima o poi sarai l’ultimo dei miei pensieri.

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