Il 29 ottobre del 1984, trent’anni fa, uscì “Welcome to the pleasure dome” dei Frankie Goes To Hollywood. Vedo che lo comprai il 1° dicembre, da un’abitudine infantile che avevo allora di scrivere le date sui dischi.
Erano già usciti i singoli “Relax” e “Two tribes”. Due settimane dopo sarebbe uscito “The power of love”, con versione estesa orchestrata e iniziale presa in giro contro i deejay bacchettoni. Poi, nel disco c’erano una plastica cover di “Born to run” di Springsteen e una di “San Jose” di Burt Bacharach e Hal David. Più altre cose meno notevoli e una generale produzione molto anni Ottanta e molto Trevor Horn, di Trevor Horn. A sentirlo oggi, un terzo del disco – erano due dischi: un “doppio album”; che come disco di debutto era una cosa impegnativa, ma vendette tantissimo – ha sempre un gran tiro, come direbbe il mio amico Matteo Bordone. Il resto è così così, ma l’oggetto ha ancora una sua gradevolezza tattile – lustra e brillante – che sta dentro quello che era la musica del 1984. Era quasi tutto forma – e infatti i FGTH sparirono rapidamente, Holly Johnson compreso -, dalla produzione musicale, ai testi nell’interno della copertina, alla grafica, alla comunicazione generale e al lavoro paraculo di promozione della band e della sua musica. Ma era forma di grande sapienza, la cui accuratezza diventava contenuto, anche musicale. Poi molto di quei tempi là invecchiò male, e molto rimase come madeleine e nostalgie di noi che avevamo intorno ai vent’anni: ma c’era gente davvero brava, e Trevor Horn era uno di quella gente.
